Gordon Stewart Northcott – Gli omicidi del pollaio di Wineville

Se solo Christine Collins avesse accompagnato il figlio quel maledetto 10 marzo del 1928. Gliel’aveva promesso! Ma come poteva saperlo? D’altronde Lincoln Heights era un quartiere tranquillo di Los Angeles. Ci si conosceva tutti e ci si aiutava tra vicini. Eppure…

Bentornati inquietanti followers amanti dei serial killer. Quella di questa sera è una storia terribile, violenta, sporca del sangue di piccole vittime abusate, uccise con un’ascia e, infine, fatte a pezzi.

Era un vecchio pollaio quello che Northcott, allora 19enne, era riuscito a costruire insieme al padre nella comunità di Wineville, California. A fianco una modesta casetta in legno e una distesa di terreno interminabile tipica dei ranch americani che siamo abituati a vedere nei film. L’idea era quella di vivere insieme ai genitori e al nipote Sanford Clark che poteva dare una mano con i lavoretti e la vendita del pollame. In realtà, le giornate del povero Clark erano costellate di botte, abusi sessuali e umiliazioni. Del padre non si hanno più notizie, ma la madre di Northcott, Sarah Louise, era a conoscenza delle violenze perpetrate dal figlio ai danni del nipote.

Sarah Louise

Fu solo nell’agosto del 1928 che Jessie, sorella maggiore di Clark, preoccupata per il suo benessere, andò a trovarlo al ranch. Clark le confessò tra le lacrime di temere per la sua vita e che Northcott, con l’aiuto della madre e dello stesso Clark, aveva ucciso 3 ragazzini e un cittadino messicano. Quest’ultimo fu decapitato, fatto a pezzi e la sua testa fu schiacciata e bruciata in un pozzo.

Il pollaio di Wineville

Jessie, tornata in Canada, chiamò immediatamente l’ambasciata e furono inviati due ispettori al ranch. Clark venne preso in custodia mentre Northcott e la madre riuscirono a fuggire in Canada.

Sanford Clark

Ma cosa c’entra tutto questo con Christine Collins. Ebbene, uno dei 3 ragazzini uccisi di cui furono poi ritrovati i resti nel ranch era proprio suo figlio. Quel lontano 10 marzo del 1928 Christine aveva promesso a Walter di accompagnarlo al cinema per trascorrere una giornata insieme, ma impegni lavorativi dell’ultimo minuto non le permisero di accompagnare il figlio. Gli diede comunque i soldi per andare al cinema da solo con la promesso di tornare non appena il film fosse finito. Come potete ben immaginare, Walter non tornò mai a casa.

La polizia di Los Angeles non godeva di ottima fama in quegli anni: inetti, corrotti, truffatori erano solo alcuni degli epiteti che i cittadini riservavano a coloro che indossavano l’uniforme. La scomparsa di Walter non fece altro che amplificare la pressione dell’opinione pubblica per la rapida risoluzione del caso. E così fu! La polizia ritrovò il piccolo Walter dopo soli 5 mesi. Forse un poco più basso, un po’ più smagrito, ma diamine! Ha vissuto per strada per 5 mesi d’altronde!

“Questo non è mio figlio” disse Christine all’agente J.J Jones.

“Come non è suo figlio? Ma si, è Walter Collins! Come ti chiami ragazzo?”

“Walter Collins e lei è mia madre!”

“Questo non è mio figlio!” Ripeté Christine.

I giornalisti erano tutti pronti a scattare foto e pubblicare la notizia che avrebbe riportato in auge la polizia di Los Angeles.

“Signora, porti a casa il bambino e lo provi per un paio di settimane”.

Furono proprio queste le parole del Capitano Jones. Tre settimane dopo Christine tornò dal Capitano insistendo sul fatto che quel bambino non fosse suo figlio. Pensando che Christine stesse solamente tentando di incastrare la polizia in qualche modo, o più che altro temendo che le insistenze della donna potessero mettere nuovamente in cattiva luce il suo operato, Jones fece ricoverare la donna per “disturbi psichiatrici” sotto il codice 12, termine tecnico per indicare le persone scomode alla polizia.

Christine fu liberata dopo 10 giorni grazie alla confessione del bambino che dichiarò di essere Arthur Hutchins Jr, uno scappatello dell’Illinois che voleva raggiungere Hollywood per incontrare il suo attore preferito Tom Mix.

Arthur Hutchins

Christine dovette aspettare fino al 19 settembre del 1928 prima dell’arresto di Northcott e della madre avvenuto in Canada. Sarah confessò gli omicidi, tra cui quello del piccolo Walter, per poi ritrattare la confessione e dichiararsi innocente al momento dell’estradizione. Northcott confessò di aver ucciso 5 ragazzini, di averli smembrati e poi sotterrati con della calce, per poi ritrattare anche lui.

Christine Collins

Raggiunta la California, la madre Sarah si dichiarò colpevole di aver ucciso il giovane Walter Collins e per questo fu condannata. Scontò solo 12 anni e fu rilasciata sulla parola. Il giudice non la condannò a morte solo perché donna. Cercò di salvare la vita al figlio Northcott dapprima dichiarando che era frutto di un incesto, poi che era stato vittima di violenza sessuale e abusi di ogni genere.

Poco importò alla giuria che condannò Northcott di aver ucciso il “messicano senza testa” e i fratelli Wislow e per questo fu condannato a morte tramite impiccagione. La sentenza fu eseguita il 2 ottobre del 1930.

Christine Collins non smise mai di cercare il proprio figlio Walter. Le prove rinvenute nel ranch erano circostanziali: capelli, dita, e ossa potevano essere di chiunque. Dopo cinque anni, la comparsa di un giovane riuscito a scappare insieme ad altri riaccese le speranze in Christine che continuò a cercare Walter fino alla sua morte avvenuta nel 1941.

Walter Collins

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