IL GIALLO DELLA CATTOLICA

Simonetta Ferrero è nata il 2 aprile del 1945 a Serravalle Sesia, da una famiglia borghese e cattolica.
Nel 1969 si è laureata alla facoltà di Scienze Politiche dell’università Cattolica di Milano.
Con l’aiuto del padre, impiegato alla Montedison, aveva trovato subito un ottimo lavoro come responsabile delle selezione del personale.

Il 24 luglio 1971 Simonetta uscì di casa, perchè doveva sbrigare qualche commissione.
Però, quel giorno, saltò tutti gli appunti e raggiunse corso Vercelli, dove comprò alcuni cosmetici.
All’improvviso si ricordò che una sua amica le aveva chiesto alcuni opuscoli sulla facoltà di Giurisprudenza, si diresse quindi verso l’università Cattolica.
Simonetta entrò nell’edificio e non ne uscì più.
Quando alla sera non si presentò a casa, i genitori si preoccuparono. Quell’improvvisa scomparsa era per loro assolutamente inspiegabile: alla sera sarebbero dovuti salire sull’aereo, destinazione Corsica, per due settimane di vacanza.
Ci vollero due giorni prima di sapere la verità. Un’orribile verità.

Lunedì 26 luglio un seminarista, di nome Mario Toso, mentre si aggirava per i corridoi semi deserti dell’università Cattolica di Milano, sentì un rumore strano: un forte scroscio d’acqua.
Dopo un po’ decise di avvicinarsi alla porta del bagno delle donne e, vincendo l’imbarazzo, entrò per vedere cosa stesse succedendo.
E lì scoprì il cadavere di una giovane donna.
C’era sangue dappertutto: sul pavimento, sulle pareti, sul lavandino e perfino sulla maniglia della porta. Il giovane scappò urlando a squarciagola e corse dal portiere.
Dopo alcuni minuti arrivò la polizia.

la scena del crimine

Simonetta Ferrero era distesa sul fianco destro, con il vestito sollevato sulle cosce e le braccia aperte. L’autopsia disse che il suo corpo era stato martoriato da 42 coltellate sul volto, il collo, il petto e le braccia, 7 delle quali mortali.
La vittima si difese strenuamente. Sotto le unghie vennero scoperte tracce di pelle, il che significa che graffiò profondamente il suo aggressore, come dimostrarono anche le tracce di un gruppo sanguigno diverso.
Per ucciderla è stato adoperato un lungo coltello, simile a quello dei macellai, che per il suo ingombro era stato portato lì apposta per essere usato.
Tutto farebbe pensare ad un tentativo di stupro, ma gli esperti precisarono che la ragazza non subì alcuna violenza sessuale e non venne tantomeno spogliata della biancheria intima.
Sicuramente, come ipotizzarono gli inquirenti, Simonetta urlò ma nessuno riuscì a sentirla per la semplice ragione che, fino a mezzogiorno, alcuni operai stavano lavorando al piano terra con un rumoroso martello pneumatico.
Da questa circostanza arrivarono a stabilire che la morte della ragazza è avvenuta tra le undici e mezzogiorno.

Simonetta Ferrero nel 1969

Fin dall’inizio il delitto apparve inspiegabile.
Simonetta aveva una vita serena e regolare. Il tempo libero lo dedicava al volontariato nella Croce Rossa. Oltre ad essere una brava ragazza era anche bella, anche se non amava apparire o essere notata. Parlava poco di se, ma nel suo lavoro si dimostrava efficiente e corretta.
La polizia fece alcune domande negli uffici della Montedison, nel dubbio che qualcuno – magari rifiutato dall’azienda dopo il colloquio con la Ferrero- potesse avercela con lei.
Ma non venne fuori nulla.
Si indagò anche su possibili corteggiatori respinti o amanti segreti.
Niente di nuovo.
I muratori che stavano lavorando all’interno dell’università, dissero che non avevano visto nulla di strano.
Le altre 360 persone interrogate, dentro e fuori la Cattolica, sapevano ancora meno.
Simonetta non è stata nemmeno derubata, perché nella borsetta c’erano ancora i franchi cambiati in banca e al suo dito il prezioso anello regalatole dai genitori quando si era laureata.

La sola direzione possibile era quella del maniaco sessuale.
Ci furono alcune informazioni importanti: dei “tipi loschi” erano soliti girare attorno all’ateneo.
Dopo un paio di giorni fece la sua comparsa una figura misteriosa, presente solo nella memoria di qualcuno.
Il portiere dell’università raccontò che: «stavo per chiudere il portone, quel sabato, quando ho visto un tipo sui trentacinque anni in giacca e cravatta, seduto su una panchina del cortile. C’erano parecchi posti all’ombra perché tutti se n’erano già andati, ma lui stava al sole con quel caldo torrido. Aveva dei libri accanto a sé, sulla panchina, ma non mi è sembrato uno studente. L’ho invitato a uscire perché era l’ora di chiusura. E lui, quasi scusandosi, si è alzato e se n’è andato. Ma non ricordo che avesse il vestito sporco di sangue o graffi alle mani […]».
Nessuno seppe mai chi fosse quell’uomo.
Gli inquirenti riuscirono a interrogare Mario Toso, dopo che per due giorni rimase chiuso in camera a causa dello shock, ma non riuscirono a trovare nulla di importante.

la scena del crimine

La ricerca del killer procedette con estrema pazienza e meticolosità.
La Squadra Mobile ricevette la segnalazione di una donna che parlava di «un giovane sui venticinque anni, alto un metro e settanta, robusto, un po’ goffo, di colore olivastro, vestito in maniera trasandata». Riuscirono ad individuarlo e scoprirono che anche lui era un seminarista. Molti lo ricordavano per il suo comportamento ambiguo e per gli occhi intimidatori. La testimonianza precisa di una donna sorprese la polizia: «aveva una borsa e dentro ci teneva un coltello a serramanico dalla lama lunga e sottile, ogni tanto lo estraeva e lo puliva con una certa ostentazione. L’altro giorno, all’arrivo a Milano, mi ha seguito, poi mi ha afferrato il braccio, io ho gridato e quello è scappato».
La polizia predispose un appuntamento e il seminarista, di nome Giuseppe, venne bloccato.
Nella sua borsa non trovarono alcun coltello, ma una serie di diari pieni di annotazioni in cui c’erano scritte parole come “sangue”, “coltelli, asce e accette” e frasi come “andare per ammazzare” oppure “odio le donne”. Perquisirono la sua abitazione e trovarono solo alcuni diari con altrettante parole molto forti.
Giuseppe venne quindi interrogato, ma non riuscì a sostenere l’alternarsi logico di domanda e risposta. Alla fine, venne ricoverato all’Ospedale Maggiore.
La sua pratica non venne formalmente chiusa, ma gli inquirenti lo esclusero dall’inchiesta.

Si fece strada anche l’ipotesi che il killer non abbia mai lasciato l’università dopo l’uccisione.
Dopo un sopralluogo durato 4 ore, vennero trovate alcune macchioline scure sulle scale che conducono all’ammezzato.
Niente da fare, i reagenti chimici dimostrarono che si trattava solo di “acqua sporca”.
Polizia e carabinieri decisero di isolare l’ateneo per scoprire l’eventuale rifugio dell’assassino, un luogo dove forse si era lavato e cambiato d’abito. Sequestrarono un fazzoletto, uno straccio ed un indumento blu.
Ma non trovarono alcuna traccia di sangue.

Dato il clamore suscitato dal caso, si decise infine di fare un “censimento dei maniaci” su scala cittadina, controllando tutti coloro che avevano avuto problemi con la giustizia per aver molestato delle donne, ma neppure questa retata portò a qualcosa di concreto.
La mancanza di un movente e di sospettati ha reso il caso una sorta di “delitto perfetto”.

Solo nel 1994, ventitré anni dopo l’omicidio, sembra aprirsi uno spiraglio nelle indagini.
Una lettera -siglata T.B.– segnalò al prefetto di Milano Achille Serra, che un padre spirituale dell’università Cattolica, poco tempo dopo il luglio del 1971, aveva molestato un’amica dell’anonimo scrivente. Per questo motivo, come diceva la lettera, il sacerdote era stato licenziato dall’Ateneo.

Achille Serra puntò molto su questa pista, tanto che fece pubblicare la lettera dai giornali.
In effetti, un interno dell’università sembrerebbe l’assassino perfetto: chi altri avrebbe potuto trovare facilmente gli abiti per cambiarsi, dopo essersi sporcato di sangue?
Malgrado l’impegno profuso, non si riuscì ad individuare questo sacerdote, perché tutta la documentazione dell’epoca risultò distrutta.
Il caso fu quindi, di nuovo, ad un punto fermo.

Tra il 1970 e il 1975 ci furono altre drammatiche morti molto simili a quella di Simonetta.
Furono 11 le vittime, tutte donne, uccise con un coltello a lama lunga e ben affilato. Sembrerebbe l’opera di un misterioso serial killer.

Ma quello di Simonetta Ferrero è un omicidio purtroppo rimasto irrisolto, come molti altri.
Con i mezzi di oggi, forse, il suo assassino sarebbe stato consegnato alla giustizia.

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