Karl Denke. L’altro cannibale che ispirò Fritz Lang

Karl Denke è un killer dimenticato.

In un certo senso ha qualcosa di triste questo dettaglio; triste nella misura in cui può essere definito tale, perché la cosa che salta alla mente, dopo aver letto questo caso, è che nonostante abbia fatto di tutto per essere apprezzato, comunque non sia riuscito a farsi ricordare nel modo in cui pensava, motivo per cui gli fu dato il soprannome di “Il cannibale dimenticato”.

Karl Denke opera in una zona lontana dal luogo di caccia di Karl Haarmann “il vampiro di Hannover”, che abbiamo trattato domenica scorsa. 

La Polonia del tempo è conglobata all’ex Impero Prussiano, attualmente amministrato con il nome di Repubblica di Weimar che in quel particolare momento storico post-bellico vede la tutta la zona, colpita da un sistema economico inesistente e spesso gestito nell’illegalità. 

Una crisi insanabile che sembra scatenare nelle anime e nelle menti di alcuni individui, un necessario bisogno di circondarsi di morte e di sangue, odore putrido di interiora.
La stessa fame di carne della popolazione si riflette paurosamente nel modus operandi di alcuni killer che del cannibalismo hanno fatto il proprio marchio di fabbrica. 

Karl Denke, o meglio, “Padre Denke” è conosciuto come l’organista di una chiesa, è molto rispettato per il suo comportamento altruista e caritatevole che gli vale una reputazione quasi “ecclesiastica” e di benefattore, che si occupa di vagabondi e scapestrati che bussano alla sua porta di Münsterberg, attualmente conosciuta come Ziębice. 

La storia di Karl Denke inizia l’11 febbraio 1860 a Oberkunzendorf, poco distante da Münsterberg nella regione della Slesia ed è una delle poche informazioni certificate che si hanno sulla sua infanzia. Altro dato rilevante è che nasce in una famiglia agiata che gestisce una locanda a conduzione famigliare. 

La sicurezza economica in una situazione come quella della Polonia post-bellica è alquanto rara e Karl ha la fortuna di poter partecipare alle lezioni scolastiche, senza pensieri. 

L’antagonista della sua infanzia, diventa un fastidioso maestro che in lui vede un lato anomalo, derivante, a suo riferire, da una stupidità evidente e incurabile a tal punto da definirlo “idiota”. (Complesso emotivo per il quale il giovane Denke potrebbe aver sviluppato un senso di inferiorità indotto da un adulto, che di norma durante la crescita è l’ombelico del nostro sistema morale che si traduce nella facile equazione “azione di un adulto=giusto”).

Una nota di demerito sul registro di classe riporta: “il ragazzo non è da lodare ed è stupido”.

Il suo carattere taciturno e scontroso limita la sua capacità relazionale, esprimendosi delle volte solo a gesti, considerati dal maestro il chiaro sintomo di deficienza del giovane Karl, che a dodici anni decide di fuggire, assentandosi dagli studi per un breve periodo. 

Il senso di insicurezza che Karl porta dentro di lui, continua a segnare la sua formazione personale che si mescola con quella professionale che inizia subito dopo aver accantonato gli studi, che trova riscontro solo grazie al padre e alla sua reputazione, che gli procura un lavoro come giardiniere da un amico.

Questa fiducia nei suo confronti lo sprona a comportarsi bene e a condurre una vita tranquilla e rispettabile fino ai venticinque anni, quando, il suo amato padre, muore improvvisamente lasciando a Karl e i suoi fratelli un ingente patrimonio.
Denke non si contraddistingue per fiuto imprenditoriale e a quanto pare non ha la continuità per gestire la locanda di famiglia che a questo punto rimane ai fratelli insieme ad un terreno. Loro in cambio lo liquidano con un indennizzo economico. 

Grazie a questi soldi si trasferisce in una bella abitazione a due piani in Stawowa Street nella cittadina di Münsterberg, di circa 9.000 abitanti.

Qui ricava una florida attività alberghiera che si rivela un’ottimo investimento con il peggior tempismo. Purtroppo gli anni non sono quelli giusti e l’inflazione insieme alla povertà dilagante ne determinano la chiusura. Riesce a salvare una sola stanza dell’edificio, che diventa la sua abitazione, il suo futuro mattatoio.  

Karl Denke e il cannibale dimenticato, iniziano a confrontarsi comparendo ad intermittenza in base alla situazione. (Noi posteri non abbiamo traccia di un chiaro avvenimento nel passato, che ci fornisca una probabile motivazione o un valido pretesto per credere in un suo futuro efferato).

I registri della Polizia segnano il primo omicidio comprovato nel 1903 e la vittima è Ida Launer.

Forse per questioni di registrazione non sono riportati i dettagli dell’omicidio anche se si presume (dato che l’accusa è stata emessa a posteriori) che gli inquirenti abbiano confermato la scena del delitto riconducibile al modus operandi di Denke.

Passando al 1909 entriamo nel periodo di maggior attività del cannibale e tutte le fonti storiche riportano il nome di Emma Sander, una mendicante che ha trovato riparo nella casa del benefattore.

Denke la ristora come meglio può, offrendole un piatto di minestra e una bella bistecca al sangue.

A un certo punto, senza motivo apparente, Denke alza l’ascia al di sopra della sua testa, colpendola con un singolo e letale colpo che le stacca la testa di netto, rotolando ai piedi di Karl.

Gli ospiti che riceverà poco dopo, possono assaporare una carne particolare ma una carne pur sempre offerta, di maiale (credono). Ma le parti migliori di Emma Sander vengono sezionate da Karl che le presenta a tavola, gustando ogni singolo pezzo di Emma che ingerisce, acclamato dai suoi commensali, senza far trapelare nessun sentimento di repulsione. 

La cosa assurda è che Denke vede una potenzialità di business nella rivendita dei resti delle sue vittime, potendo uccidere e occultare senza dare nell’occhio. 

Il fiuto per gli affari resuscita in forma perversa e grazie alla quantità di carne che possiede, riesce a strappare un ottimo contratto con un commerciante cinese, in cerca di una partita di carne di maiale, difficilmente reperibile, trovando piena soddisfazione nel prodotto procurato da Denke, che si arricchisce alle spalle degli ignari compratori di carne umana. 

Il filantropo e apprezzato “Papà Denke”, possiede il pieno controllo della sua vita, della sua attività e dei suoi delitti. 

Infatti l’omicidio Ida Launer avvenuto nel 1903, venne poi imputato ad un certo Eduard Trautmann che venne giudicato colpevole e condannato a dodici anni. Vedere un altro condannato al suo posto fa crescere nella mente di Karl, un senso di super-potenza e di soddisfazione nella sua impresa che mette in discussione la sua intelligenza, tanto contestata fin dall’infanzia. 

Non si hanno molti altri dettagli sui delitti commessi tra il 1903 e il 1924. Questo ampio periodo di impunità denota come sia vitale per un serial killer gestire al meglio due identità con la capacità di mantenere inalterata e altresì elogiata la sua reputazione da parte di tutta la popolazione che sopporta di buon grado alcuni atteggiamenti sospetti dello stesso Denke, incurante degli sguardi indiscreti.

Infatti dichiarazioni postume sostengono che nel circondario persisteva uno strano odore, che tutti associarono alla fiorente attività di commerciante di carne.

Il 1924 è l’anno della svolta e le autorità della “Gestione Weimar” arrivano a capire che i delitti irrisolti ad un assassino multiplo solo per un fortuito quanto assurdo avvenimento.

Siamo in pieno inverno a dicembre, nella gelida Polonia, quando un cocchiere di nome Gabriel attende un cliente in strada.

Di fronte a lui si palesa un uomo urlante e al limite dello svenimento, che presenta lo scalpo sulla testa. Il dissanguamento ne causa lo svenimento. Di corsa il buon Gabriel porta in ospedale il malcapitato, che avverte le autorità vista la natura particolare della ferita. 

Davanti ai primi agenti che raccolgono la deposizione si scopre che si chiama Vincenz Olivier e racconta ciò che Karl Denke aveva provato a fargli, senza successo.
Racconta della fuga indicando il luogo preciso dell’abitazione, suscitando clamore data la reputazione dello stesso Karl in tutta la città. 

Gli agenti decidono quindi di approfondire la questione con una visita dal tono informale presso l’abitazione di Denke, trovandosi di fronte ad un comportamento mansueto e una lucida spiegazione su come si erano svolti i fatti. 

Secondo la sua versione Eduard Trautmann si era introdotto in casa sua con la forza, abusando forse della sua reputazione generosa, arrivando a minacciarlo. A quel punto, per legittima difesa, prese la prima arma a disposizione, ferendolo.

Viene comunque interrogato per chiudere ogni dubbio sulla questione ma davanti agli inquirenti, senza grandi pressioni, decide di confessare agli agenti tutta la verità. 

Ed è qui che si scopre “il cannibale”. 

Denke rivela di essersi nutrito di carne umana negli ultimi anni, smerciando i resti delle sue vittime come tagli di carne, al mercato di Breslavia nutrendo la popolazione che soffriva di fame. 

Tale dichiarazione era abbastanza per aprire un processo esemplare aprendo a “papà Denke” le porte dell’isolamento.

Qui ha la possibilità di evitare il carcere in un solo modo. 

Il sergente Polke, per approfondire le dichiarazioni, si dirige nella cella di isolamento trovando Denke impiccato alle sbarre della cella, in un modo alquanto strano.
Anche se la scena presenta delle incongruenze, le autorità decidono di sfruttare l’accaduto bollandolo come suicido, seppur fonti non confermate sussurrano all’omicidio. 

Il 24 dicembre del 1924 le indagini proseguono a post-mortem, permettendo agli agenti di rinvenire nella sua abitazione, una catalogata e precisa divisione delle membrane umane e degli organi migliori, conservati con cura in barattoli da conserva.

Denke utilizzava soluzioni saline per il mantenimento dei suoi “prodotti” e un registro aggiornato con precisione con le caratteristiche delle sue vittime tra cui quello di Olivier, scampato al massacro. Gli inquirenti registrarono quanto segue:

-sedici femori di cui una coppia di grandi dimensioni, due coppie di quelli molto sottili, sei coppie e due femori sinistri

-quindici pezzi di medie dimensioni di ossa lunghe

-quattro paia di ossa del gomito

-sette teste

-nove parti inferiori di radio

-otto parti inferiori del gomito

-un paio di tibie superiori

-una coppia di gomiti e radio, di cui le estremità rimangono ancora ben collegate

-una coppia di braccia 

-un paio di ossa del collo

-due scapole

-otto talloni e ossa della caviglia

-120 dita dei piedi e falangi

-65 piedi e ossa meta-carpali

-cinque prime costole e 150 pezzi di costole

Una statistica prodotta sulla base dei reperti umani, concluse che il numero delle vittime si aggirava intorno ai 50 individui, ma non fu mai verificato. 

Quello che non è chiaro, neanche dopo studi più recenti, è il motivo o il movente specifico delle sue azioni, che sono iniziate un giorno qualunque della sua esistenza. 

Decenni dopo, il caso del cannibale di Ziębice rimane per lo più dimenticato.
Ancora molto della vita, dei motivi, dei metodi e persino del numero esatto di vittime di Denke rimane sconosciuto. 

La sua unica foto confermata è stata scattata alla salma dopo il suicidio.

di Miche Martari

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