L’omicidio di Kitty Genovese


Articolo di Miss Coraline

Quando si racconta la storia di un omicidio i personaggi coinvolti sono sempre due: assassino e vittima. Nel corso degli anni, però, nell’ambito della psicologia sociale sono state svolte numerose ricerche volte ad indagare fenomeni sociali spesso correlati agli omicidi. Negli anni Sessanta in America un efferato omicidio diede vita a una serie di studi psico-sociali aventi come protagonisti i comportamenti e la psiche non dell’assassino o della vittima, bensì degli spettatori. Da qui derivò l’individuazione di un fenomeno psicologico di grande attualità: l’effetto spettatore.

Facciamo un passo indietro. Siamo a New York, nel 1964. Kitty Genovese è una giovane donna residente nel Queens, un celebre quartiere della Grande Mela. È il 13 marzo, sono le 03:00 di notte e Kitty sta rientrando a casa dal lavoro. Nel parcheggio vicino all’edificio in cui è residente, si scontra con il suo aggressore, Winston Moseley. L’uomo le corse dietro e l’aggredì con due coltellate alla schiena. Quando la donna gridò, le sue urla furono udite da parecchi vicini ma in una fredda notte e con le finestre chiuse, solo pochi di loro riconobbero quei suoni per richieste di aiuto. Quando uno dei vicini gridò contro l’aggressore: «Lascia stare quella donna!», Moseley fuggì ma nessuno allertò i soccorsi. Kitty, gravemente ferita ma ancora in vita, cercò di nascondersi nel primo androne che trovò. Passarono dieci minuti, dieci minuti di agonia, prima che Moseley tornò nel luogo dell’aggressione per cerca la sua vittima. Una volta trovata, aggredisce nuovamente la ragazza con numerose pugnalate, la violenta in fin di vita e le ruba i pochi soldi che aveva. In quel momento qualcuno tra i testimoni, sentendo nuovamente le urla, finalmente chiamò i soccorsi. La giovane donna morirà nel trasporto di ospedale.

Sul New York Times del 27 marzo 1964 (due settimane dopo l’omicidio), apparve un articolo firmato da Martin Gansberg intitolato: “Trentasette che hanno visto l’omicidio non hanno chiamato la polizia” (il numero venne innalzato in seguito a 38). La visione pubblica della storia sconvolse la città. L’articolo iniziava così… «Per più di mezz’ora trentotto rispettabili cittadini, rispettosi della legge, hanno osservato un killer inseguire e accoltellare una donna in tre assalti separati a Kew Gardens.»

L’incipit è evocativo ma inaccurato rispetto ai fatti. Nessuno dei testimoni ha osservato gli attacchi nella loro interezza. A causa della configurazione del complesso edilizio e del fatto che gli attacchi si sono svolti in differenti luoghi, nessun testimone ha osservato l’intera sequenza. La maggior parte di essi ha soltanto ascoltato spezzoni dell’episodio senza comprenderne la gravità, alcuni hanno visto solo piccole parti dell’attacco iniziale, e nessun testimone ha osservato direttamente lo stupro e l’attacco in un vestibolo esterno che si concluse con la morte della Genovese.

Cinque giorni dopo l’omicidio Winston Moseley, un operaio sposato e incensurato, fu arrestato. Moseley raccontò che quel 13 marzo era uscito appositamente in macchina con l’idea di trovare e uccidere una donna. Durante l’interrogatorio confermò di aver ucciso Genovese e confessò di aver stuprato e ucciso anche altre due donne. La perizia psichiatrica lo definì un serial killer affetto da necrofilia; venne condannato a morte. La condanna alla pena capitale fu poi convertita in carcere a vita, perché non fu possibile stabilire con certezza se Moseley fosse in grado di intendere e di volere.

L’uomo è rimasto in galera fino al giorno della sua morte, avvenuta il 5 aprile 2014 ed è considerato uno dei detenuti più longevi della storia americana.

L’attenzione dei media per l’omicidio Genovese indusse la riforma del sistema di pronto intervento telefonico della polizia di New York; il sistema infatti era inefficiente. Il caso è considerato come una delle principali ragioni che hanno portato alla creazione del 911, il numero unico per le emergenze attivo negli Stati Uniti d’America dal 1968. Inoltre, alcune comunità organizzarono programmi di osservazione del quartiere e iniziative analoghe per gli appartamenti degli edifici, al fine di aiutare le persone in pericolo.

Peccato però che circa dieci anni dopo il delitto Genovese, la venticinquenne Sandra Zahler fu percossa a morte nel primo mattino del giorno di Natale, in un appartamento dell’edificio affacciato sul sito dell’uccisione di Kitty Genovese. I vicini dissero ancora di aver sentito grida e «feroci colluttazioni» ma non avevano fatto nulla.

I fatti appena narrati vennero studiati sia a livello sociale che psicologico. L’effetto spettatore, o apatia dello spettatore (in inglese bystander effect), è un fenomeno della psicologia sociale che si riferisce ai casi in cui gli individui non offrono alcun aiuto ad una persona in difficoltà, in una situazione d’emergenza, quando sono presenti anche altre persone. La probabilità d’intervento è inversamente correlata al numero degli spettatori. In altre parole, maggiore è il numero degli astanti, minore è la probabilità che qualcuno di loro presterà aiuto.

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