DANIEL LAPLANTE – Il killer del muro

Per come sono andate le cose, la storia di Daniel potrebbe sembrare a tutti gli effetti un film horror Hollywoodiano in uscita nei cinema di tutto il mondo.

Ci troviamo in Massachussetts, 1970.

Come per molti serial killer, anche per Daniel l’infanzia fu molto difficile. Fu abusato sessualmente e psicologicamente da diversi adulti fin dalla più tenera età, in particolare dal padre che non perdeva occasione per picchiarlo, punirlo e umiliarlo. A scuola le cose non andavano meglio: faceva a botte con i compagni, non andava bene nelle materie scolastiche e soffriva di dislessia, un disturbo dell’apprendimento che lo rendeva strano e inquietante agli occhi degli altri ragazzi. Fu costretto a seguire delle sedute dallo psichiatra che gli diagnosticò un disturbo di iperattività, lo riempì di farmaci e, durante le sedute, abusava sessualmente di lui.

All’età di 15 anni cominciò a intrufolarsi nelle case di altre persone solo per passare la notte lontano dalla famiglia. Dapprima si limitò a dormire e giocare con i giocattoli dei figli dei proprietari, poi cominciò a spostare gli oggetti in casa così da far sorgere il sospetto che qualcuno fosse stato lì e, infine, cominciò a rubare oggetti preziosi.

La svolta si ebbe nel 1986 quando, non è chiaro come, ottenne il numero di telefono di una famiglia nelle vicinanze composta dal padre e le sue due figlie. Daniel cominciò una fitta corrispondenza telefonica con Annie Andrews che aveva la sua stessa età. Le raccontò di aver avuto il suo numero da un amico, di essere un ragazzo di bell’aspetto, atletico, biondo, con una buona educazione e che viveva vicino casa sua. Dopo un po’ di tempo i due decisero di incontrarsi.

Quando Daniel bussò alla porta di casa Andrews, Annie si trovò di fronte un ragazzo con i capelli scuri e unti, sporco e con nessuna caratteristica attraente che Annie sperava. Nonostante ciò, decise di dargli una chance e i due uscirono insieme.

Più tardi ricorderà una cosa molto curiosa dell’incontro: dopo avergli raccontato della morte della madre a causa del cancro, Daniel cominciò a fare domande su domande, come se fosse ossessionato dai dettagli della morte. Chiedeva com’erano stati gli ultimi attimi di vita della donna, le sue sofferenza e il momento in cui è morta.

Dopo solo un’ora, Annie preferì tornare a casa. La ragazza decise di non incontrare mai più Daniel, e la storia terminò quel giorno.

Una sera, Annie e la sorella cercarono di contattare la defunta madre tramite una seduta spiritica nel seminterrato. Sapevano benissimo che non avrebbe funzionato, ma era una “gioco” divertente da teenager. La stessa notte, le ragazze udirono bussare lungo le pareti della loro camera da letto. Sembrava incredibile! La seduta spiritica aveva funzionato. Le ragazze cominciarono a fare domande a quello che loro credevano essere lo spirito della madre, e questo rispondeva bussando alla parete. Gli incontri continuarono per diverse notti diventando sempre più insistenti. Inoltre, alcuni oggetti cominciavano a sparire o a trovarsi in altri luoghi della casa. Le ragazze erano terrorizzate e temevano di aver evocato uno spirito maligno. Il papà Brian diede la colpa alle figlie troppo emotive e ancora traumatizzate per la perdita della madre.

Una sera, nel Gennaio del 1987, Brian era fuori casa e le figlie sentirono dei colpi provenire dal seminterrato. Armate di coltello, si diressero in cantina dove trovarono una scritta rossa sul muro: “Sono nella tua camera. Vieni e trovami”. Le ragazze scapparono fuori casa in cerca di aiuto e si diressero dai vicini che chiamarono immediatamente il papà.

Dopo alcune settimane le ragazze trovarono un’altra scritta sulla parete della camera di Annie: “Sono tornato. Trovami se ci riesci”. Scapparono fuori casa immediatamente e corsero dal papà che si trovava a casa dei vicini. Brian, scocciato, decise di tornare a casa e di andare a vedere in camera di Annie. Trovò una nuova scritta: “Sposami” e dall’altra parte della stanza un’ombra nell’angolo. Accese la luce e vide un ragazzo con addosso l’abito della defunta moglie, la faccia truccata, un parrucca bionda e in mano un’accetta.

Quel ragazzo era Daniel LaPlante.

Brian corse al piano di sotto e chiamò la polizia. Giunti sul luogo, del ragazzo nessuna traccia. Un poliziotto scoprì per caso un buco dietro l’armadio nella camera di Annie. Spostato il mobile, vi trovarono Daniel rannicchiato. Aveva vissuto lì nascosto per tutte quelle settimane. Aveva inoltre fatto alcuni buchi nei muri così da poter vedere ogni spostamento di Annie all’interno della casa.

Nella mente malata di Daniel, il suo altro non era che un tentativo di sostituirsi alla madre defunta così da poter essere amato da Annie. Alcuni sospettarono invece che quella sera Daniel avesse intenzione di ucciderla.

Data la giovane età, Daniel scontò una pena in un riformatorio giovanile di pochi mesi. Nell’ottobre dello stesso anno, 1987, era già fuori e ricominciò a intrufolarsi nelle case. In una di queste riuscì a procurarsi due pistole.

Era il primo Dicembre del 1987, quando Daniel si intrufolò nella casa della famiglia Gustafson, a un miglio dalla casa di Annie Andrews. Lì, trovò la mamma incinta Priscilla Gustafson, 33 anni, e i suoi due bambini Abigail e William. Il papà era fuori per lavoro.

Quando tornò, si trovò davanti una scena terribile:

Priscilla era a faccia in giù sul suo letto, il cuscino completamente ricoperto di sangue, era stata violentata e presentava numerosi colpi di pistola alla nuca. Il figlio William fu trovato morto nella vasca da bagno del piano superiore, mentre Abigail nella vasca del piano inferiore.

Il modus operandi, secondo la ricostruzione, era elementare: Daniel, inesperto con le armi da fuoco, eliminò prima la madre, la minaccia più grande, per poi concentrarsi sui figli. Fuggì, probabilmente in preda al panico, lasciando numerose tracce sulla scena del crimine.

La sua foto fece il giro dei notiziari e poco dopo fu catturato durante un tentativo di furto. Fu condannato all’ergastolo per omicidio di primo grado.

Dal 1988 al 2014, numerosi furono i tentativi di Daniel di appellarsi per una riduzione della pena. Ma invano. Per i giudici, Daniel non ha mai mostrato vero rimorso per ciò che ha fatto.

Solo nel 2017, Daniel dichiarò: “Non trovo le parole per esprimere il mio più profondo dispiacere. Ma sono veramente addolorato per il male che vi ho procurato. Da ciò che sono e dal profondo della mia anima, mi dispiace”.

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