RUGGERO JUCKER – Il rampollo milanese che squartò la fidanzata

(Grazie a Federica Calabrò per la segnalazione)

“Sono Osama Bin Laden”, “Sono Satana” urlava Ruggero Jucker alle 4 di notte, nudo nel giardino dopo aver massacrato la propria fidanzata.

Era la sera del 19 luglio 2002.

Jucker, figlio di un imprenditore svizzero-tedesco e di Lalla, la signora del catering di lusso milanese, stava tornando a casa dopo una serata di lavoro al suo locale chiamato “Zup” in via pasquale Sottocorno. In realtà gli affari non stavano andando particolarmente bene e spesso aveva la mente persa nei pensieri e nelle preoccupazioni. A casa invece l’attendeva Alenya Bortolotto, una ragazza di 26 anni, studentessa e commessa part time. Il rapporto tra i due era iniziato alla grande, ma dopo due anni di relazione Alenya cominciava a mostrare segni di malcontento per la poca attenzione che il fidanzato le dedicava.

La sera del 19 luglio Jucker andò a prendere Alenya al negozio. I due si diressero a casa dove, dopo una doccia e uno spinello, si misero a letto. Alle 3 di notte Jucker si svegliò in preda all’agitazione: urlava disperato e idrofobo. Alenya, spaventata, tentò di raggiungere il telefono ma Jucker glielo impedì. Tentò allora di rifugiarsi nel bagno, ma l’uomo prese un coltello da sushi nuovo e le sferrò la prima coltellata, poi ancora una e un’altra ancora, fino a contarne 40. Infieriva sul corpo con una tale violenza da far schizzare pezzi di organo ovunque. Il fegato volò nel giardinetto privato adiacente al bagno mentre le viscere fuoriuscivano dal ventre.

Dopo un’ora e mezza circa, Jucker uscì fuori casa urlando frasi senza senso, finché non arrivò la polizia che lo arrestò. In sede di interrogatorio sembrò recuperare la lucidità: “Alenya, poverina, lei non c’entra niente”.

Dalle prime ricostruzioni pare che la ragazza fosse particolarmente possessiva; inoltre, quella sera, aveva raccontato a Jucker di un sogno in cui lei era incinta. Forse, nella condizione di estrema fragilità mentale, unito al fatto che solo il giorno prima Jucker aveva dichiarato alla madre di essere gay e sieropositivo, il tutto aveva scatenato una furia ai limiti della follia.

“Nella notte tra il 19 e il 20 luglio 2002 si è consumato qualcosa che è percepibile come la rappresentazione di ciò che è più vicino, nella sua essenza, all’ omicidio inteso come distruzione, nel corpo e nell’immagine, di una persona” dichiareranno i giudici, condannando l’uomo a 30 anni. La sentenza verrà poi ribaltata a 16 anni con un accordo tra le parti.

Dopo solo 10 anni, nel 2013, Jucker è stato liberato.

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