MARCO MARIOLINI – IL CACCIATORE DI ANORESSICHE

(Grazie a ShuShu Fontana per la segnalazione)

“Scommetto che starete già pensando: Questo qui dev’essere proprio matto! Probabilmente molti di voi lo penseranno anche alla fine, ma per capire sino a che punto, dovrete comunque leggere il libro.”

Questo l’incipit del libro “Il cacciatore di anoressiche” di Marco Mariolini, un antiquario di Pisogne con l’ossessione per le donne anoressiche. Il libro è un racconto autobiografico che mette a nudo la perversione di un uomo malato, pronto a umiliare, imprigionare e uccidere le sue vittime.

Tutto ebbe inizio con Lucia, sua moglie, che pesava solamente 33 Kg, il peso ideale. La donna era stata sottoposta a torture fisiche e psicologiche, regimi di denutrizioni, minacciata di dare il via a una strage di anoressiche se non avesse perso i kg che la separavano dal peso perfetto. Nel libro Marco la descrive anche come una donna che non amava ma che, dopo la nascita dei due figli, gli divenne “cara” e quindi degna di essere risparmiata.

Dopo la separazione, Marco decide di scrivere il suo libro, definendosi un “anoressofilo” e attribuendo alla perversione di possedere donne magrissime un gusto estetico. Nel frattempo pubblica alcuni annunci sul giornale alla ricerca di una ragazza che rispecchiasse il suo ideale: una ragazza magrissima, ma non anoressica, no, perchè le donne anoressiche sono “ingovernabili”. Rifiutano il sesso, sono instabili, dispotiche e fragili. Meglio una donna magra da portare la peso voluto con un’opera di persuasione, controllo e coercizione.

All’annuncio, nonostante le inquietanti richieste dell’uomo, risponde una ragazza: Monica Calò, che nel libro viene chiamata Barbara.

“Volevo il controllo totale su Barbara, come se fosse stata una parte di me, una mia protesi. L’avrei portata alla morte certa per denutrizione, non importandomi più niente di nulla compresa la mia stessa vita. Lei mi dava quell’illusione di completezza, sia nel corpo che nella mente, tanto mi sentivo fuso con lei e nello stesso tempo regista onnipotente della situazione”.

Monica all’inizio è riluttante all’idea di andare a vivere con l’uomo, ma lui la convince, anzi la trascina. E da quel momento comincia la sua opera di lenta denutrizione: torture, pugni nello stomaco per farle vomitare quel poco che aveva mangiato, isolata dai familiari e dal resto del mondo. Monica si spegne lentamente, diventa sempre più triste e afflitta fino a quando, una sera, l’ennesimo episodio di violenza e umiliazione fa scattare qualcosa dentro di lei.

Quella sera Marco l’aveva portata fuori al ristorante dove andavano di solito, costringendola a guardarlo mangiare. La cena si trasformò in una tragedia dopo che Monica si permise di ordinare un piatto di gnocchi. La ragazza corse in cucina con il piatto tra le mani trangugiando il cibo come fosse acqua, ma Marco la raggiunse e la colpì con un ceffone al viso. Poi la trascinò al tavolo per terminare la cena, tra l’incredulità della gente che, tuttavia, non fece niente per aiutare la giovane ragazza. Tornati a casa, Monica fu obbligata a restare nuda, al freddo, accanto al letto. Ma quella notte, dopo l’ennesima umiliazione, Monica prese un martello e colpì Marco alla testa provocandogli un lieve trauma cranico.

Autodenunciatasi per tentato omicidio, Monica finisce agli arresti domiciliari nel suo paese natale, Domodossola. Il tempo passa e Monica prende sempre più coscienza delle sevizie subite, decidendo così di sporgere denuncia contro Marco.

Lui, intanto, conclude il libro, lo pubblica con la casa editrice Edicom e lo dedica alla sua Barbara (Monica) “con odio e con amore”. Tutti i crimini svelati nel testo, però, sono prescritti o richiedono querela dalla parte offesa. Non si può procedere, eppure l’antiquario parla di sé come di un potenziale serial killer, chiede di essere fermato, invoca l’aiuto della psichiatria (cui negli anni si era sempre affidato), della Legge, della società. L’episodio ha una vasta eco, anche se viene bollato da alcuni giornali come una trovata pubblicitaria per vendere più copie. È il 1997.

A un anno dall’uscita del libro, Marco ha ancora in testa Barbara e le chiede un incontro per tentare di convincerla a tornare da lui. La donna accetta, vuole persuaderlo a farsi una nuova vita. Alle richieste dell’uomo, lei oppone un netto rifiuto e, quando le richieste si fanno più insistenti, Monica decide di uscire dall’auto e andare via. Marco la prende per un braccio, la trattiene e, colto dalla lucida certezza che sarà tutto inutile e che lei non tornerà, estrae un coltelle e la pugnala: una, due , dieci, ventidue volte. Nonostante i soccorsi, Monica muore, mentre Marco tenta un’improbabile fuga a nuoto.

Catturato, verrà condannato a 30 anni per omicidio premeditato. Nelle interviste in prigione si presenterà con il volto con mezza barba.

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