IL DELITTO FALCIDIA – NESSUN COLPEVOLE

Catania. 4 dicembre 1993. Sono le 22.00 di un sabato sera come tanti, il primo di dicembre e il freddo dell’inverno comincia a impadronirsi dei viali e dei vicoli della città. Via Rosso di San Secondo è una strada del quartiere Borgo-Sanzio, non troppo distante da via Etnea, la principale arteria della città siciliana. Qui c’è un palazzo al cui terzo piano vive una donna, Antonella Falcidia, 43 anni, insegnante di Statistica applicata alla Medicina del dipartimento di igiene dell’Università di Catania.

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Il marito è fuori città per il suo lavoro di medico e tornerà tra un paio d’ore, il figlio invece è uscito con gli amici per una passeggiata in centro.

Sono le 22.00 e la professoressa Falcidia è sola in casa, in vestaglia, seduta comodamente sul divano dinanzi la televisione. D’un tratto sente qualcosa alle sue spalle. Si volta ma non c’è nessuno: la solita suggestione che si avverte talvolta quando si è da soli avvolti nel silenzio. Passano pochi minuti e Antonella si alza e va verso la porta d’ingresso.

Scoccano le 23.30. Vincenzo Morici, marito di Antonella, torna a casa in via Rosso di San Secondo.

La porta dell’appartamento è chiusa, vede le luci del salotto accese e sente il vociare della televisione. Tutto normale. Entra nel soggiorno l’uomo e trova il corpo di sua moglie Antonella, riverso in una pozza di sangue ai piedi del divano.

Pochi istanti dopo l’appartamento è invaso dai restanti condomini del palazzo allarmati dalle urla straziate di Morici.

Il medico legale non può far altro che constatare la morte della donna. Antonella Falcidia è stata colpita al torace, alle gambe, alla gola e alla testa con un’arma da taglio. 26 pugnalate totali. Non tutte però sono profonde come quella che le recide la giugulare e ne provoca la morte; alcune sono assai superficiali, come se qualcuno avesse soltanto poggiato la lama sul volto della donna, lasciandone solo lievi taglietti.

L’ora del delitto è da collocare tra le 21.45, ora in cui il figlio diciassettenne lascia l’abitazione per uscire con gli amici, e le 23.30, ora del ritorno di Vincenzo Morici e del ritrovamento del cadavere.

I periti analizzano la scena del crimine che, stranamente, pare essere piena di tracce lasciate dall’assassino. Anzitutto la porta e le finestre non presentano segni di effrazione, vale a dire che la professoressa Falcidia conosceva e ha fatto entrare in casa di sua spontanea volontà la persona che di lì a poco l’avrebbe massacrata a colpi di pugnale. Dalla casa, inoltre, non manca nulla, quindi viene subito esclusa la pista di una rapina finita male.

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La donna è stata aggredita sul divano e molto probabilmente l’assassino sedeva accanto a lei.

Sul sangue defluito dalla povera vittima poi sono visibili delle impronte. Piccole impronte di una scarpa. È un numero 36, probabilmente appartengono a una donna. Un’analisi più approfondita però afferma che quei segni sono tutti di un piede sinistro:

Qualcuno ha appositamente lasciato quelle impronte di scarpe

Un’altra importante traccia viene rinvenuta sul luogo del misfatto: tra le dita della professoressa, segnate dai tentativi di difesa prima di soccombere al suo assassino, ci sono alcuni capelli biondi. Sono di certo quelli di chi l’ha uccisa, strappati durante la lotta per sopravvivere. Le analisi del DNA dicono che appartengono a una donna bionda naturale.

Quegli strani taglietti sul volto della professoressa, le impronte di un piede, i capelli di donna. Troppi indizi ambigui, realizzati ad hoc per depistare le indagini o indirizzarle verso una persona ben precisa.

C’è qualcosa che non va nel caso, e a confermarlo sono le dichiarazioni di Vincenzo Morici e di suo figlio. Da qualche tempo, sostengono i due, in casa Morici arrivano una serie di telefonate anonime e alcune lettere scritte con ritagli di giornale nelle quali uno sconosciuto mittente lancia minacce al giovane.

Nei giorni successivi all’omicidio continuano ad arrivare lettere e telefonate. Un ragazzo sostiene di esser passato da via Rosso di San Secondo la sera del delitto e di esser stato quasi investito da un’automobile guidata da una donna dai capelli biondi.

Un’altra lettera anonima tira in ballo il padre della vittima, Giuseppe Falcidia. A uccidere Antonella sarebbe stata la compagna dell’uomo, intenzionata a vendicarsi della figlia del compagno perché questa si era opposta fermamente alla loro intenzione di sposarsi.

Un’altra pista porta al coinvolgimento di un ex domestico della famiglia di Giuseppe Falcidia, originario dello Sri Lanka. L’uomo avrebbe litigato più volte con la docente universitaria per i suoi litigi con la moglie, amica di Antonella. Un buon movente, forse, ma il domestico la sera dell’omicidio si trova in un altro condominio intento a fare le pulizie.

Vengono analizzati i profili di una serie di sospettati, in ambito famigliare e universitario, ma nessuno ha nulla a che fare con le tracce trovate sul luogo del delitto.

Resta solo una pista da battere, quella passionale. I sospetti ricadono sul marito, Vincenzo Morici, colui che ha rinvenuto per primo il corpo della vittima.

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Il dottor Morici ha uno studio medico a Nicosia (Enna), nel quale lavora dal mattino fino alle 21. Si afferma che fuori dalle abitudini famigliari abbia un’amante, e che sarebbe stato convinto da questa a far fuori la moglie. Le parole dei colleghi che hanno lavorato con lui quel sabato sera fanno pensare alla possibilità di un ritorno a casa appena in tempo per uccidere la moglie, lasciare le tracce di un’aggressione a opera di un’ignota assassina e lanciare l’allarme.

Un’altra incredibile scoperta pare indirizzare verso la sua persona le accuse generali. Sul divano macchiato di sangue viene rintracciata una scia composta con un dito che pare vergare tre lettere: E, N e Z. ENZ, vale a dire Enzo, Vincenzo.

L’ultimo messaggio lasciato dalla donna morente?

La Procura chiede la condanna a 30 anni di reclusione per il marito della professoressa assassinata: il Morici avrebbe agito per ragioni passionali. Ma il castello accusatorio non regge: non ci sono assolutamente prove concrete che vadano contro il medico. Nella vita di Antonella, difatti, non viene scoperta alcuna relazione extra coniugale, alcun carteggio particolare, le tracce sul divano non vengono prese in seria considerazione e nella sua vita privata non viene scoperta alcuna macchia rappresentata da un’amante.

Così l’uomo viene assolto dall’accusa, assoluzione che trova conferme fino alla Cassazione, nel 2013. Sentenza definitiva. Dopo venti anni viene archiviato il caso del delitto Falcidia: tanti sospettati, tante tracce, ma nessun colpevole.

Fonte: Vanillamagazine.it

Articolo di Antonio Pagliuso

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