JURGEN BARTSCH – IL PEDOFILO VIOLENTO – IL KILLER DEL CARNEVALE

(ATTENZIONE, la descrizione della violenza sui bambini potrebbe non essere adatta alle persone sensibili)

Karl Heinz Sadrozinski nasce il 6 novembre del 1946 a Essen, Germania, ed era figlio illegittimo di una vedova di guerra e di un lavoratore stagionale olandese. Sua madre lo abbandonò all’ospedale dal quale si allontanò segretamente e morì di tubercolosi poche settimane più tardi. Karl visse i primi mesi di vita accudito dalle infermiere dell’ospedale fino a quando, all’undicesimo mese d’età, fu adottato da un facoltoso macellaio di Essen, Gerhard Bartsch, e da sua moglie, Gertrud Bartsch, allora ricoverata nello stesso ospedale. Da allora si chiamò Jürgen Bartsch.

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Sua madre adottiva soffriva di disordini psicologici, era fissata con la pulizia e usava picchiare molto spesso il piccolo Jürgen anche per questi motivi. Il bambino fu educato da entrambi i genitori con molta severità, tenendolo completamente isolato perché non venisse a sapere di essere un figlio adottivo. All’età di 10 anni Jürgen venne portato in un istituto di Rheinbach per poi approdare, all’età di 12 anni, in una scuola cattolica, Marienhausen, dove i ragazzi venivano tenuti in un regime di rigida disciplina militare, in cui spesso si ricorreva all’uso della violenza; quando era a letto con la febbre, veniva sessualmente molestato dal preside, Padre Pütz.

“[…] Voleva riavere indietro la sua radio […]. Io mi sono alzato, benché avessi la febbre, e gli ho riportato la radio. D’improvviso lui mi ha detto: << Giacché sei qui, vieni nel letto con me!>>. Io ho continuato sempre a non capire che cosa stava succedendo. Per un po’ di tempo rimanemmo sdraiati uno accanto all’altro, finché lui mi strinse contro di sé e mi infilò una mano nei pantaloni. Infilò la mano sotto i pantaloni del pigiama dal di dietro e mi accarezzò. Lo stesso fece poi davanti e cercò di masturbarmi. […] Non ricordo con quali parole me lo dicesse, ma in ogni caso mi ha detto che, se solo avessi aperto bocca, sarei stato spacciato”  (I serial killer – Ruben de Luca)

Bartsch iniziò a uccidere da adolescente. Il modus operandi era simile per tutte le vittime: egli invitava i ragazzini a seguirlo in zone abbandonate dove li picchiava, li legava, gli toccava i genitali, qualche volta si masturbava senza raggiungere l’eiaculazione, li violentava e, infine, li picchiava a morte o li strangolava. Poi, tagliava i corpi in pezzi, anche la testa, con un taglio netto apriva il torace e svuotava il corpo dagli organi. Smembrava il resto rimuovendo gli occhi, gli arti e i genitali. Nel quarto omicidio riuscì a raggiungere l’obiettivo a cui teneva di più: legò il bambino a un palo e lo squartò mentre urlava, ancora vivo. La quinta vittima, l’undicenne Peter Freese riuscì a sfuggirgli bruciando le legature ai polsi con una candela. Bartsch infatti ogni sera alle 19 doveva tornare a casa dei suoi genitori per mangiare e guardare la tv insieme a loro nel loro letto.

Fu in quel lasso di tempo che riuscì a liberarsi.
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Bartsch fu arrestato nel 1966.

Dopo l’arresto, confessò i suoi crimini e fu condannato all’ergastolo il 15 dicembre 1967. Comunque nel 1971 la sentenza, dopo un ricorso, fu ridotta a 10 anni di carcere giovanile con supporto psichiatrico a Eickelborn.

Bartsch accettò a sottoporsi alla castrazione volontaria nel 1976, la quale gli avrebbe assicurato la libertà vigilata, ma morì nell’operazione intossicato da overdose di alotano per errore di un’infermiera. Esiste ancora il sospetto che il dottore abbia obbligato l’infermiera a sbagliare la dose rendendola letale.

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