LA STORIA DI CASEY ANTHONY: MAMMA COLPEVOLE O INNOCENTE?

Orlando, Florida, luglio 2008.

La polizia riceve una chiamata da Cindy Anthony, la nonna della piccola Caylee di 2 anni, che li informa di non aver avuto più contatti con la nipote da oltre un mese. La madre Casey non ne vuole sapere di farla entrare in casa o di farle vedere la piccola. Alla polizia la nonna racconta di aver sentito uno strano odore provenire dal baule dell’auto, un odore di cadavere in decomposizione, ma di non aver avuto modo di aprirla.

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La polizia si reca sul posto e interroga Casey che racconta che la figlia è stata rapita dalla tata di cui sa solo il nome Zanny. Non ne ha denunciato la scomparsa per paura di ritorsioni. La storia, tuttavia, non regge: Nessuno ha mai visto o conosciuto Zanny, in realtà non esiste nessuna tata. Casey racconta di lavorare agli Universal Studios, ma poi ritratta quando la polizia scopre che è stata licenziata 3 anni prima. Vengono recuperate alcune foto della donna in compagnia di amici durante un festeggiamento risalenti alle settimane in cui la piccola Caylee era già sparita. Inoltre, sempre in quei giorni, si fa tatuare la scritta: “la dolce vita”.

Passano 6 mesi senza che le indagini portino a qualcosa di concreto, fino a quando nel dicembre del 2008, un sacchetto di plastica nero viene rinvenuto in una zona boschiva non distante dalla casa di Casey.

All’interno i resti della piccola Caylee: la bimba era stata soffocata con del nastro adesivo. Casey viene accusata di omicidio di primo grado, ma ufficialmente il caso viene aperto come “morte per causa indeterminata”.

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Il processo si apre e ha una durata di circa 2 mesi, da maggio fino a luglio 2011. Secondo l’accusa, che chiede la pena di morte, la donna “voleva avere più tempo da trascorrere con il suo nuovo ragazzo ed essere libera di frequentare i night club”. Sul pc della donna la cronologia rivela ricerche con parole chiave come “morte”, “spezzare il collo” e “cloroformio”.

Secondo la difesa invece, la morte è stata accidentale: la bimba sarebbe deceduta cadendo nella piscina di casa e la madre, terrorizzata, ne avrebbe occultato il cadavere. Inoltre, la donna è “mentalmente instabile” a causa delle violenza sessuali subite dal padre e dal fratello.

Alla fine del processo la donna viene giudicata colpevole di aver mentito alla polizia, ma non colpevole di aver ucciso la figlia. L’assenza di prove definitive e concrete, non aiutò il procuratore ad accusare la donna.

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Nel 2017 Casey tornò davanti le telecamere per la prima volta dichiarando: “io sono a posto con me stessa, dormo abbastanza bene di notte, non mi importa cosa le altre persone pensano di me, mi avevano condannato molto prima che arrivasse la sentenza. Per la gente ero colpevole molto prima che il processo cominciasse”.

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