JOSEF FRITZL: LA TERRIBILE STORIA DI ELISABETH

Josef Fritzl nacque ad Amstetten, in Bassa Austria, il 9 Aprile 1935.
Il padre, un soldato della Wermacht, rimase ucciso nel 1944 durante il secondo conflitto mondiale, e questo costrinse il piccolo Josef a crescere solo con la madre, subendo da quest’ultima continui maltrattamenti e umiliazioni.

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Nel 1956 sposò Rosemarie, da cui avrà 7 figli. I rapporti in famiglia erano pessimi, con continue aggressioni fisiche e verbali da parte di Fritzl alla moglie e ai figli, che abbandonarono il tetto familiare appena maggiorenni.

Tutti tranne la moglie Rosemary e la figlia Elisabeth.

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Nel 1982, all’età di 16 anni, Elisabeth scappò di casa. Fuggì a Vienna, dove venne ritrovata dalla polizia. Supplicò gli agenti di non riportarla a casa, dove il padre la stuprava, ma non fu creduta. Nel giro di pochi giorni fu ricondotta ad Amstetten dai genitori.

«Nel 1982 avevo sedici anni ed ero fuggita da casa. Lui mi stuprava da molto tempo. Dall’autogrill di Strengberg mi ero nascosta a Vienna. Dopo due settimane la polizia mi trovò. Supplicai gli agenti di non riconsegnarmi a mio padre. Dissi loro che se fossi tornata da lui per me sarebbe stata la fine. Ma non ci fu nulla da fare.»

Il 24 Agosto 1984, due anni dopo, i coniugi Fritzl denunciarono la scomparsa della figlia Elisabeth. La polizia, visti i precedenti, ipotizzò una fuga al seguito di una setta religiosa.

Per 24 anni si perse ogni traccia di lei, fino al 19 Aprile del 2008, giorno in cui la verità venne a galla.

Dopo la fuga di Elisabeth nel 1982, il padre Josef decise di rinchiuderla nella cantina di casa e, nel 1984, di denunciarne la scomparsa alla polizia.

Nei primi sei mesi della sua prigionia, Elisabeth rimase sempre legata a un letto, drogata e costretta a scrivere una lettera (che il padre consegnerà poi alla polizia) in cui racconta ai genitori di essere scappata all’estero e chiedendo loro di non essere cercata. Elisabeth descrisse così i primi mesi in catene nel bunker:

«Luci spente, stupro, luci accese, muffa, umidità e lui che va via».

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Nel corso dei successivi 24 anni, Josef Fritzl visitò la cantina mediamente ogni tre giorni per portare cibo e altri rifornimenti alla figlia e, soprattutto, per abusare sessualmente di lei. A causa di queste violenze, Elisabeth diede alla luce sette figli, senza alcuna assistenza.

Uno di questi (Michael) morirà tre giorni dopo la nascita e bruciato nella stufa, mentre altri tre neonati (Lisa, Monika e Alessandro) verranno invece poi tolti dalla cantina e portati al piano di sopra a vivere con Fritzl e con sua moglie, spacciati per figli adottivi e fingendo di averli trovati sulla porta di casa insieme a dei falsi biglietti scritti della figlia che ne chiedeva la presa in carico da parte dei propri genitori. Il tutto avvenne con la piena consapevolezza delle autorità locali e dei servizi sociali che, per molto tempo, fino alla scoperta della verità, credettero alla tesi di Fritzl. I restanti tre figli (Kerstin, Stefan e Felix) invece rimasero sempre nel bunker insieme a Elisabeth, senza mai avere la possibilità di vedere l’esterno e la luce del sole, sin dal giorno della nascita.

Quando Fritzl si recava in cantina lo faceva sin dalla mattina, apparentemente per progettare piani per macchine che vendeva alle imprese, spesso rimanendovi per tutta la notte e impedendo alla moglie anche solo di portargli il caffè. Il bunker era sprovvisto di riscaldamento e di isolamento termico, in inverno faceva freddo mentre in estate il caldo diventava soffocante.

Quando un giorno Kerstin, la figlia maggiore nata dall’incesto, si ammalò gravemente, Josef Fritzl dovette cedere alle richieste di portare la ragazza (allora diciannovenne) in un ospedale e così si innescarono una serie di eventi che alla fine portarono alla scoperta della macabra storia.

Il 19 aprile del 2008 Kerstin venne trasportata in gravi condizioni dal padre/nonno Josef nel vicino ospedale. I medici, ignari di tutto, insistettero affinché la madre si mettesse in contatto con loro e raggiungesse la figlia in ospedale. Kerstin, che si trovava in condizioni molto gravi, passò diversi giorni in coma farmacologico.

Vista la gravità della situazione, Josef Fritzl decise quindi di liberare la figlia Elisabeth e gli altri due figli ancora rinchiusi nel bunker. Nel frattempo i medici allertarono la polizia che si recò sul luogo.

Fu dopo averle garantito protezione che Elisabeth accusò il padre di averla segregata e stuprata per 24 lunghissimi anni. Raccontò di tutte le nefandezze del padre e degli omicidi commessi.

Solo il giorno successivo, Fritzl confessò ammettendo le proprie responsabilità in relazione ai principali capi d’accusa a suo carico e rivelando l’esistenza di uno scantinato suddiviso in diverse camere tutte prive di finestre, col soffitto alto 1,70 metri e al quale si accede attraverso una piccola porta nascosta, in una parete del suo laboratorio, che poteva essere aperta solo con un meccanismo elettrico del quale solo Fritzl conosceva il codice di azionamento. Vi erano poi altre sette porte da superare per arrivare al bunker, l’ultima era di nuovo elettrica e alta solo 83 cm.

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I figli nati e vissuti nel bunker non erano mai stati visitati da un medico, né da un dentista, tanto che Kerstin aveva perso quasi tutti i denti. La ragazza, quando è stata ricoverata in ospedale, soffriva di un deficit funzionale multiorgano. Tutti e tre, inoltre, avevano sviluppato problemi al sistema immunitario, soffrivano di anemia e di mancanza di vitamina D. I tre fratelli non avevano mai visto la luce del sole e questo aveva provocato loro qualche problema alla vista, inoltre Stefan (a causa dei soffitti alti circa 1.70 metri) aveva sviluppato una postura ricurva.

Quello che ancora non è completamente chiaro, invece, è il ruolo di Rosemarie, madre di Elisabeth e moglie di Josef Fritzl: il suo silenzio in tutti questi 24 anni resta uno dei punti oscuri di questa vicenda. La donna, che per anni aveva a sua volta subito violenze dal marito, ha sempre dichiarato di non essersi mai resa conto (fino a una settimana prima dell’arresto) dell’esistenza di un bunker, né tantomeno della presenza al suo interno di sua figlia e dei suoi sette nipoti. In seguito, Rosemarie dichiarò di aver sempre creduto alla versione del marito quando sostenne che Elisabeth era fuggita di casa per aggregarsi ad una setta religiosa.

Il 13 novembre 2008 Josef Fritzl, 73 anni, viene incriminato per riduzione in schiavitù, sequestro di persona, stupro, coercizione, incesto e per l’omicidio colposo del neonato Michael. La perizia psichiatrica attesterà la capacità di intendere dell’uomo, pur riscontrando gravi disturbi di personalità.

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Il 19 marzo 2009 Josef Fritzl viene condannato al carcere a vita, senza possibilità di libertà condizionale per i seguenti 15 anni. L’uomo ha accettato la sentenza senza ricorrere in appello e sta attualmente scontando la sua pena a Stift Garsten, un ex-monastero dell’Alta Austria trasformato in prigione, in una sezione speciale del carcere per malati psichiatrici.

Fonte. Wikipedia

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