LUIS GARAVITO – LA BESTIA – PIPPO, L’AMICO DI TOPOLINO

Génova, Colombia centro occidentale. Il 25 Gennaio del 1957 nasce Luis Alfredo Garavito, il maggiore di sette figli. Fin dall’infanzia subisce maltrattamenti da un padre violento e senza scrupoli.

Luis si ritira da scuola dopo la quinta elementare per fuggire insieme alla famiglia da Génova dove erano in atto guerriglie tra l’esercito e i rivoluzionari. Arrivati a Valle del Cauca, Luis rimane segnato da due episodi: il primo fu vedere il padre mentre accoltellava la madre incinta e il secondo, il più determinante per il suo futuro da serial killer, fu la violenza sessuale brutale subita da un vicino di casa che lo legò a letto e gli praticò numerose sevizie. Gli abusi dureranno due anni fino a quando la famiglia si trasferirà a Trujillo.

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Qui le cose sembrano andare meglio per Luis, ma le attenzioni di un nuovo violentatore lo riportano in quel circolo di violenza e mostruosità. Questo trauma sarà la svolta per Luis, il momento in cui cambierà e si trasformerà. Comincia ad interessarsi all’altro sesso, in particolare ai bambini a cui vorrebbe far subire quello che ha dovuto sopportare lui. Tenta di rapire un bimbo, ma le urla del piccolo attirano l’attenzione della gente che chiama la polizia e lo arresta. In seguito a questo episodio, il padre lo caccia di casa e Luis è costretto a trovare lavoro in un podere agricolo. Lavora sodo, ma la sera si reca in città dove beve fino a ubriacarsi e si apparta con alcuni ragazzini che si prostituiscono.

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In questo periodo prova anche a convivere con una donna, per cercare un senso di normalità nella sua vita, ma non avranno mai un rapporto sessuale completo e, di lì a poco, Luis la lascia per trasferirsi ad Armenia, capoluogo di Quindìo.

Trova lavoro in un supermercato dove ogni giorno ha la possibilità di vedere numerosi ragazzini. Si eccita a tal punto che durante la pausa pranzo deve recarsi in periferia in cerca di ragazzini. Li trova, li circuisce, li sequestra e li porta nelle campagne lontano da occhi indiscreti. Qui, li lega e li violenta in modo brutale, come aveva fatto il suo vicino di casa.

Nel 1980, a 23 anni, le cose nella mente di Luis cambiano: sente delle voci che non si accontentano più della violenza e delle torture, vogliono di più! Luis comincia ad usare candele, lamette, funi, accendini in un crescendo di torture, arrivando a violentare un bambino al mese per 12 anni, fino al 1992. Ma questo non basta, le voci vogliono ancora di più.

E’ il 1992 e Luis, completamente ubriaco, si trova in un giardino pubblico. Vede un bambino, Juan Carlos, e decide di violentarlo. Si appartano con la promessa di soldi facili per il ragazzo, ma dopo le torture e la violenza, Luis estrae un coltello e lo pugnala ripetutamente.

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Sentivo di essere tornato alla mia infanzia” dirà poi ai giudici “e sentì odio, tantissimo odio“.

Luis elabora un suo modus operandi che negli anni si affinerà sempre più: aspetta la sera, si ubriaca, adesca il ragazzo che più lo eccita, i due si appartano, lo lega, lo violenta e comincia a tagliuzzarlo. Se all’inizio si limitava a pugnalarli, col tempo comincia a tagliarli in modo tale da lasciarli in vita il più a lungo possibile: pratica un taglio verticale preciso che apre l’addome in modo superficiale. Il taglio aumenta di profondità fino a raggiungere l’intestino che fuoriesce. I ragazzini sono coscienti per pochi minuti, per poi morire dissanguati.

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Quando l’orgia di sesso e morte finisce, Luis è invaso dal rimorso e dal pentimento. Piange, si dispera, passa la notte a recitare versi della Bibbia per implorare il perdono. Fino a quando non sentirà di nuovo la “voce” che gli ordina un nuovo rito.

Luis agirà indisturbato per almeno sei anni, complice il viaggiare da un luogo all’altro della Colombia, fino a quando raggiungerà Pereira, la città di grandi fortune e di grandi miserie, dove almeno 800mila bambini vivono in assoluta povertà.

Pereira è il posto perfetto per Luis: nessuno sembra curarsi dei bambini che spariscono, mentre lui può continuare indisturbato a saziare la sua sete di violenza e morte. Luis infatti è una figura inoffensiva tra le strade della città: ha una malformazione al piede, da lì il soprannome di Pippo, e la gente prova pietà per lui. Lo aiutano, come si aiuta uno sfortunato, e proseguono sulla loro strada. E’ invisibile tanto quanto i bambini.

La prima svolta la si ha grazie a un medico forense, il Dottor Carlos Herrera, che scopre una matrice comune negli omicidi di Pereira: tutti i bambini hanno subito violenza sessuale, alcune parti del corpo sono state rimosse ancora in vita, e la causa della morte è un taglio netto alla gola, così profondo da separarne la testa. Siamo di fronte a un unico serial killer.

Sempre il Dottor Herrera fornisce un importante identikit grazie all’analisi di una scena del crimine: il killer aveva abbandonato il luogo del delitto in tutta fretta, forse era stato disturbato da qualcuno, perdendo un paio di occhiali, le scarpe e dei pantaloncini. Il ricercato è alto quindi circa 1,65, magro e, soprattutto, è zoppo. Poche persone rispecchiano queste caratteristiche e solo una ha precedenti per reati sui minori: Luis Alfredo Garavito.

Luis era stato inserito nel registro degli indagati quando nella città di Tunja venne arrestato con l’accusa di aver tagliato la testa e il pene a un ragazzino. Grazie al suo aspetto inoffensivo e a un difensore pubblico che dimostrò l’assenza di prove oggettive, Luis venne scarcerato e tornò libero.

Anche a Pereira le prove sono scarse e Luis non può essere trattenuto. Decide così di tornare a Génova, il paese dov’era nato. Dopo pochi giorni dal suo ritorno vengono trovati, nelle piantagioni di caffè, i cadaveri di tre ragazzini di 9, 12 e 13 anni. La comunità del posto, così come la polizia, si interroga sulla coincidenza della morte dei bambini e il ritorno dello zoppo. La fine di Luis è vicina.

E’ il 22 Aprile 1999. Brand, un ragazzo di 16 anni, decide di prendersi una pausa dal duro lavoro. Trova un posto appartato dove fumarsi una canna in tranquillità, quando sente delle urla. Incuriosito, si avvicina e vede un uomo sopra un bambino con mani e piedi legati:

“Che stai facendo?”

“Non è niente, stiamo solo giocando” e per dimostraglielo, Luis taglia la fune ai piedi del ragazzo.

Appena libero John, il bambino, e Brand fuggono il più lontano possibile dal mostro. Si recano dai familiari che informano la polizia. In serata, mentre Luis tentava di abbandonare la città a piedi, Luis viene fermato e riconosciuto dai due ragazzi. Nello zaino c’erano ancora la fune, un coltello e un tubetto di vaselina. Il poliziotto che l’ha fermato, disgustato, gli sferra un pugno nello stomaco e lo getta nella volante.

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Davanti al giudice nega ogni cosa ripetendo che hanno sbagliato persona. Si presenta sempre tranquillo e curioso di sapere per cosa è accusato. Alla fine, durante un interrogatorio, crolla e confessa.

In lacrime racconta il suo passato e il suo modus operandi, nonché il numero delle vittime: 142, tutti segnati meticolosamente su un agenda con data, ora e luogo. Verranno trovati numerosi altri cadaveri che Luis non dice di non ricordare, portano il numero delle vittime a oltre 200.

La condanna è quella massima prevista in Colombia: 40 anni. Ma “La Bestia”, come ormai tutti lo chiamano, si comporta da detenuto modello: studia e si iscrive all’università. In breve la sua pena viene ridotta a 24 anni, poi 22.

Oggi si trova in isolamento, lontano dagli altri detenuti che lo vogliono linciare e ha dichiarato che una volta fuori si dedicherà ad aiutare i bambini vittime di abusi.

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