IL CASO BELLENTANI – IL DELITTO DELL’ERMELLINO

(Grazia a Yasha Shammah per la segnalazione)

Il 15 settembre 2018 è stato il 70esimo anniversario di un altro delitto terribile che insanguinò la notte del 1948: il delitto Bellentani.

Quella notte soffiava un forte vento che sollevava le tende delle grandi finestre del Grand Hotel Villa d’Este, a Cernobbio. Alle 2 gli invitati affollavano ancora il salone da ballo e, mentre l’orchestra suonava motivi hawaiani, le coppie meno stanche danzavano al centro della sala. Gli altri ospiti, seduti ai tavoli, chiacchieravano, oppure cominciavano a salutarsi e a riprendere i soprabiti al guardaroba.
Lo sparo si confuse con la musica e con il chiasso tutt’intorno; solo chi in quel momento si trovava vicino al bar poté vedere la scena.
La contessa Pia Bellentani, dopo aver scambiato solo qualche battuta con Carlo Sacchi, era rimasta qualche momento immobile a fissarlo, gli occhi pieni di un sordo furore. Poi aveva estratto la pistola dalla pelliccia di ermellino che la copriva e aveva colpito l’uomo all’altezza del cuore. La vittima aveva barcollato prima di accasciarsi, a terra senza vita e subito la contessa aveva rivolto l’arma-contro se stessa, puntandosela alla tempia e premendo il grilletto. Ma la pistola si era inceppata e la donna aveva gridato angosciata:

«Non spara più! Non spara più!»

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Pia Caroselli nacque il 29 gennaio 1916 a Sulmona, in Abruzzo. Era la più piccola dei sei figli di Romeo Caroselli, che, partendo quasi da zero, aveva fatto fortuna nel campo delle costruzioni edili.
La madre, Nazarena Jannamorelli, aveva lavorato come contadina e operaia, per poi dedicarsi solo alla cura dei suoi bambini, allevandoli con amore e dedizione, e dando loro dei saldi principi religiosi.
Purtroppo tre di loro morirono in tenera età, mentre la più piccola le dava molte preoccupazioni. Pia era esageratamente sensibile, taciturna, orgogliosa; un disagio minimo, un’insignificante discussione potevano prostrarla, era incapace di sopportare la sofferenza. Educata in una scuola di
suore, a Roma, Pia aveva una religiosità morbosa e alternava il desiderio di entrare in convento al sogno di un grande amore.
Passava il proprio tempo libero in solitudine, a scrivere poesie e a leggere romanzi. Il suo era un romanticismo esasperato, melodrammatico. D’altronde la vita reale le faceva paura, le sembrava di non essere amata quanto i fratelli, e un paio di volte tentò il suicidio. A vent’anni si innamorò di un avvocato di Sulmona, ma i genitori la costrinsero a troncare la relazione senza spiegarle il perché. Lei non protestò, non chiese la motivazione di un divieto tanto crudele: uccise a uno a uno i ricordi di quel primo amore, perché la sua fragilità emotiva non le consentiva di convivere con un dolore senza speranza e si chiuse ancora di più in se stessa.

La sera in cui incontrò il conte Lamberto Bellentani, durante una cena al Cristallino, fu uguale alle altre per lei. Il conte moriva dalla voglia di conoscere quella bellezza bruna dagli occhi blu. Quando gli amici gliela presentarono, avrebbe voluto trattenerla, parlarle, ma lei preferii salire in camera sua a preparare le valigie. L’indomani sarebbe ripartita per Sulmona.
L’uomo disperò di rivederla, anche perché conosceva solo il suo nome di battesimo e quello della città dove viveva. Ma il caso, per chi non crede nel destino, doveva aiutarlo. Un funzionario della sua banca era originario di Sulmona e, quando Bellentani gli parlò di quella ragazza, che non riusciva a dimenticare, scoprì che era sua nipote. Fu allora facile organizzare un incontro.
Lamberto Bellentani, che in Emilia aveva una fiorente industria di insaccati, era uno scapolo quarantene. Aveva perso il padre a vent’anni e recentemente anche la madre, alla quale era legatissimo. Era meno attraente di tanti altri corteggiatori di Pia, e anche meno giovane, ma proprio il suo fascino maturo, la parlantina vivace, la sua singolare e completa padronanza di sé la
convinsero ad accettarlo.

Questa volta i genitori acconsentirono al fidanzamento, e il 15 luglio 1938 ebbe luogo il matrimonio, con una cerimonia fastosa.

Nell’estate del 1940 nel corso di una festa all’Hotel des Bains di Venezia, Pia conobbe Carlo Sacchi, che si era fatto da solo, come il padre di lei. Non era attraente, e neppure raffinato come il conte Bellentani, ma aveva una personalità travolgente.

Durante la guerra, nel 1941, la famiglia Bellentani si trasferì in una villa sul lago di Corno, a Cernobbio, e Pia fece amicizia con Ada Mantero Sacchi, sorella di Carlo. Quell’anno Sacchi perse la figlia maggiore, Silvia, e la disgrazia lo gettò nello sconforto. Pia cercò di aiutarlo, di consolarlo, ma più tempo passava con lui, più cresceva in lei il desiderio di salvarlo da quella disperazione e sofferenza.

«Tu hai suscitato in me sensazioni mai conosciute, hai svegliato in me impressioni nuove; hai
sconvolto insieme il mio cuore e i miei sensi; mi hai fatto conoscere veramente ciò che si chiama
amore. Attraverso questo amore io sento di essere diventata oggi una donna completa. E, poiché lo
devo a te, ti ringrazio moltissimo».

E se Pia si innamorava sempre più, Carlo invece, dopo solo un anno, era già stufo della loro relazione extra coniugale. Iniziò a frequentare altre donne. Pia accettava le scappatelle di Carlo, la verità che lui non l’amasse più era troppo difficile da accettare. Ma quando Carlo si trovò l’amante fissa, Pia era annientata dalla disperazione e decise di suicidarsi. Si gettò con la motoretta sotto un auto in corsa, ma grazie alla prontezza del guidatore, si salvò.

Da quel momento Carlo sembrò divertirsi a torturarla: la ridicolizzava in pubblico chiamandola «terrona», le diceva che era solo una stupida romantica, la bersagliava con battute pungenti e disarmanti. Lei correva a casa a nascondere le ferite, rimaneva nella sua stanza al buio per giornate intere, trascurava le figlie e forse sfidava il marito, ancora ignaro, ad accorgersi di qualcosa.

La sera del 15 settembre furono tutti invitati al Grand Hotel Villa d’Este per una sfilata di moda e
un ballo. In un crudele gioco al massacro i Sacchi e i Bellentani sedettero allo stesso tavolo, e l’amante di Carlo poco lontano.

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Durante la serata Pia disse al conte di non sentirsi bene e di voler tornare a casa, e lui le chiese di precederlo al guardaroba in modo da avere il tempo di salutare gli amici. Andò allora a ritirare la sua pelliccia di ermellino e il golf giallo del marito, nel quale lui aveva avvolto la pistola militare ungherese che non abbandonava mai. Lasciò il maglione su una sedia, rientrò nella sala con la rivoltella nascosta sotto la pelliccia, e raggiunse Carlo Sacchi, che era in piedi davanti al bancone del bar.
Lei stessa poi avrebbe raccontato cosa accadde:

“”Restammo in piedi, di fronte, guardandoci negli occhi senza dir nulla, ognuno dei due aspettando
che l’altro facesse la prima mossa. Vedendo che io continuavo a tacere egli scosse le spalle e,
cercando di dare un tono indifferente alla sua voce, mi disse: “Be’… che cosa succede?”. Io
continuavo a fissarlo negli occhi con una tale intensità, che a un certo punto egli distolse lo
sguardo da me e lo volse altrove. “Succede – gli dissi allora – che è finita, veramente finita”.

[…]

“Perché – io ripresi – questa. volta è veramente finita”. Sottolineai quel “veramente” e mi parve, allora, di vederlo trasalire. Fu però con voce quasi naturale che mi
chiese: “Che cosa intendi dire?”. “Intendo dire che ti posso anche uccidere”. E vedendo che stava
per fare un gesto d’incredulità, soggiunsi precipitosamente: “Ho qui la pistola”. Per quanto strano
potesse sembrare, questa minaccia parve rassicurarlo. Sorrise dicendo: “I soliti romanzi a
fumetti”. E poi: “I soliti terroni spacconi”.
Non ricordo se avessi o no alzato il cane: il colpo partì senza intenzione e mira. Uno mi disse,
subito dopo: “Signora, cosa ha fatto? E le sue bambine?”

Dopo aver sparato la contessa si puntò l’arma alla tempia e premette il grilletto, ma la pistola si era
inceppata. Immediatamente il marito di Biki la raggiunse e la schiaffeggiò per farla reagire. Poi
cercò di calmarla, dicendole che sicuramente si era trattato di un incidente.
Un medico presente in sala constatò la morte di Carlo Sacchi.

Il 12 marzo il tribunale condannò Pia Bellentani a una pena relativamente mite: dieci anni di reclusione, di cui tre condonati, e a tre in una casa di cura.

La condanna fu successivamente ridotta in appello a sette anni e dieci mesi, con la conferma dei tre anni di condono e dei tre di casa di cura.

Il 23 dicembre 1955 Pia Bellentani, graziata dal presidente della Repubblica, lasciò con sei mesi d’anticipo il manicomio giudiziario di Pozzuoli dove era stata trasferita, dopo aver scontato sette anni e tre mesi.

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Fonte: Cinzia Tani – Assassine – Mondadori, 1998

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