POVEGLIA – L’ISOLA DEI MORTI DI VENEZIA

Forse non tutti sanno che a Venezia esiste un’isoletta infestata che non ha nulla da invidiare agli ospedali Americani abbandonati.

L’isola in questione si chiama Poveglia e questa è la sua storia.

Nel lontano medioevo Poveglia era una fiorente microcittà. Nel periodo nero della pesta, tra circa il 1300 e il 1700, venne trasformata in una discarica per ammorbati e cadaveri. I malati venivano bruciati insieme ai morti e poi scaricati dentro a pozzi o fosse comuni; altri, se vi era anche solo il sospetto che avessero la peste, venivano abbandonati sull’isola in attesa di morte.

Si stima che vi siano state trasferite circa 160 mila persone.

Col passare del tempo, la qualità della vita e dell’igiene personale portò a una diminuzione dei morti, rendendo Poveglia obsoleta. Così, nel 1922, lo Stato Italiano trasformò l’isola in un manicomio (ufficialmente era una casa di riposo per anziani).

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Voci di corridoio sostengono però che i pazzi una volta sbarcati a Poveglia diventassero ancora più pazzi. Perchè? Forse i fantasmi di coloro che avevano finito la loro vita nella disperazione e nella solitudine della pestilenza, tra roghi infernali e fame? Oppure perchè i pazienti del manicomio venivano sottoposti a elettroschock e lobotomie? Si dice che il medico che inventò la lobotomia sia morto suicida proprio a Poveglia.

Comunque sia, l’istituto psichiatrico venne chiuso nel 1968 e dal quel giorno l’isola è stata abbandonata.

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Se riuscite a raggiungere l’isola con l’aiuto di qualche peschereccio, noterete subito la fatiscenza generale degli edifici, la distesa di ossa che ancora si possono trovare, l’odore pesante di muffa, i grossi cipressi le cui piccole foglie sempreverdi non si fanno smuovere dal vento, i vetri rotti (e peggio ancora quelli non rotti), i letti del manicomio, le stanze carcerarie, le ombre, le scale, il silenzio generale.

Chi ha provato questa esperienza racconta di voci che ti chiamano e ti attraggono. Prima lontane, poi vicinissime, prima chiaramente udibili, poi solo percepibili. Risate di bambini e profili di persone sedute davanti alle finestre rotte che guardano l’orizzonte.

Ancora oggi una lapide ricorda chi morì qui di peste:

Ne Fodias Vita Functi Contagio Requiescunt

(non scavare, i morti per contagio qui riposano, 1793).

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