IL MISTERO DI VIA MONACI – IL DELITTO FENAROLI

(Grazie a Yasha Shammah per la segnalazione)

Circa un mese e mezzo fa, il 10 settembre, cadeva il 60esimo anniversario di uno dei più misteriosi casi di cronaca nera: il delitto Fenaroli o Mistero di via Monaci, come la stampa lo chiamò in quel lontano 1958 a Roma.

Tutto ebbe inizio la mattina dell’11 settembre quando Maria Teresa Viti, la domestica della famiglia Fenaroli, suonò al campanello di casa per cominciare la sua giornata di lavoro. Nessuno aprì.

Chiese allora aiuto al portinaio, ma solo l’intervento del vicino di casa che si intrufolò per la finestra permise di scoprire il cadavere di Maria Martirano, moglie di Giovanni Fenaroli. La donna era morta per strangolamento e il cadavere era accasciato in cucina.

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Mancavano 400.000 Lire, facendo così presupporre agli inquirenti che l’omicidio nient’altro fosse che un furto andato a male. Nella camera da letto, tuttavia, c’era una somma più ingente, quindi il sospetto che fosse tutto orchestrato cominciò a farsi strada.

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Come spesso accade in questi delitti, i familiari sono i primi sospettati, in particolare il marito. L’assicurazione di 150 milioni di lire sulla vita della donna era un ottimo movente per ucciderla. Il geometra Fenaroli è il titolare dell’impresa Fenarolimpresa e, all’ora del delitto, si trovava a Milano con il ragioniere Egidio Sacchi che confermò l’alibi.

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Passarono due mesi prima che il ragioniere crollasse e confessasse tutto: Fenaroli gli aveva raccontato di aver pagato 1 milione di lire a un certo Raoul Ghiani, un operaio elettrotecnico giovane e forte, affinchè uccidesse la povera donna.

Il movente, secondo Indro Montanelli, non era il guadagno o il denaro ma la situazione fallimentare di un uomo che non sopportava che la moglie lo vedesse come un pover’uomo:

“Probabilmente l’odio per Maria Martirano gli nacque in corpo il giorno in cui, come prima o poi capita a tutti i mariti, si accorse che lei lo vedeva com’era e non come lui si sforzava di sembrare: un pover’uomo qualunque”.

Iniziò così nelle aule di Tribunale il caso Fenaroli che appassionò l’Italia dividendola in colpevolisti e innocentisti.

La polizia cominciò ad indagare a fondo su Raoul Ghiani, la chiave di volta del delitto. Secondo l’accusa, Ghiani avrebbe lasciato il lavoro verso le 18:30 per recarsi all’aeroporto di Malpensa e volare sotto falso nome a Ciampino. Giunto lì, si sarebbe dovuto recare in Via Monaci dove la moglie di Fenaroli, informata dal marito precedentemente, lo attendeva per consegnargli alcuni documenti importanti. Entrato in casa, l’avrebbe poi uccisa e, un volta terminato il lavoro, sarebbe rientrato il giorno dopo in vagone-letto per timbrare il cartellino e costruirsi l’alibi perfetto.

Il problema fu che Ghiani era un uomo abitudinario e tutte le sere, dopo il lavoro, si recava al solito bar a giocare a carte, biliardo, e bere in compagnia. Nessuno degli amici riuscì a ricordare se la sera del 10 settembre 1958 lui fosse o no con loro.

L’11 giugno 1961, a distanza di 3 anni, la Corte d’Assise a Roma condannò Fenaroli e Ghiani all’ergastolo e due anni più tardi la condanna venne confermata. Venne condannato a 13 anni di reclusione anche Carlo Inzolia per complicità: fu lui a consigliare a Fenaroli il suo amico Ghiani per mettere in atto il delitto.

Molti anni dopo il caso venne studiato nuovamente, perché si pensava ad una possibile vendetta contro Fenaroli condotta dall’Italcasse per liberarsi da un possibile ricatto. In quell’indagine, condotta dal giornalista Antonio Padellaro, si mostrava anche che la situazione economica dell’indagato non era tanto disastrosa come si pensava. Destava sospetti anche il fatto che Fenaroli non avesse mai cercato d’incassare l’indennizzo previsto dalla polizza, per il quale avrebbe ordinato l’omicidio. Inoltre molto sospette apparvero le prove contro Ghiani, nel cui laboratorio, nella ditta per la quale lavorava, un anno dopo il delitto e dopo che numerose perquisizioni vi erano già state svolte vennero ritrovati i gioielli rubati.

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Fonte: wikipedia.it

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