BOY IN THE BOX – LA TRISTE STORIA DEL BAMBINO NELLA SCATOLA

(Grazie a Hilary Martignon)

(ATTENZIONE, Le foto potrebbero non essere adatte alle persone sensibili)

Philadelphia, Febbraio del 1957.

Nei boschi fuori Fox Chase, Philadelphia, un ragazzo era intento a posizionare e controllare alcune trappole per topi muschiati quando rinvenne nell’erba alta il corpicino di un bambino, dall’apparente età di 3 anni, avvolto in una coperta/plaid. Decise di non chiamare la polizia per timore che gli venissero confiscate le trappole. Qualche giorno più tardi un giovane studente vide un coniglio fuggire nel sottobosco. Consapevole che la zona era disseminata di trappole, tentò di seguirlo per catturarlo quando scoprì il corpicino del piccolo. Dapprima non chiamò la polizia per timore di essere accusato, ma il giorno dopo fece rapporto.

Le successive analisi mediche classificarono la morte come omicidio da trauma: il piccolo era nudo, il corpo presentava lividi e ferite, vi erano chiari segni di malnutrizione, i capelli erano stati tagliati presumibilmente dopo la morte, alcuni ciuffi di capelli furono ritrovati sul corpo, era presente una cicatrice chirurgica sulla caviglia e una sull’inguine e, infine, una cicatrice a forma di L sul mento. L’età potrebbe essere tra i 3 e i 7 anni.

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Di tutto questo, la cosa più curiosa fu che il bambino venne rinvenuto all’interno di una scatola di cartone, dentro una cesta di vimini. La cesta era del tutto similare a quelle vendute dall’azienda J.C Penney.

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(Per chi non vedesse il bambino è quello cerchiato)

Inizialmente l’ottimismo della polizia li portò a credere di poter chiudere il caso in fretta. Vennero prese le impronte, la città fu tappezzata con circa 400 mila volantini con il ritratto del bambino, vennero scattate delle fotografia postmortem con il piccolo vestito e in posizione seduta, la zona dell’omicidio venne perlustrata più volte da quasi 270 poliziotti.

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La polizia trovò vicino alla scena del crimine un cappello blu di velluto, una sciarpa da bambino e un fazzoletto bianco da uomo con una lettera G nell’angolo. Nel 2016 fu rilasciata l’immagine di una ricostruzione facciale computerizzata della vittima nella speranza che questa potesse condurre a una soluzione del caso.

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Ad oggi il caso rimane senza un colpevole. Negli anni sono state avanzate numerose teorie, ma le più accreditate e seguite dalla polizia sono due:

1. A circa 2,5 Km dal ritrovamento del corpo c’era una casa adottiva, una di quelle usate dal Governo o dai servizi sociali per i bambini che necessitavano di protezione o in attesa di decisioni legali, e i proprietari erano un uomo e la sua sorellastra.

Remington Bristow, un dipendente dell’ufficio medico legale, si interessò particolarmente al caso e decise di contattare una psichiatra del New Jersey. Insieme si recarono sulla scena del crimine e, in seguito, alla casa adottiva per qualche domanda. Fu lì che Bristow trovò una cesta in vimini dell’azienda J.C. Penney e coperte in plaid simili a quelle con cui era stata avvolta la vittima. La sua teoria è che il bambino era il figlio della sorellastra e il fratello, in seguito a un furioso litigio, lo abbia ucciso accidentalmente. Successive indagini e le analisi del DNA dimostrarono tuttavia che il piccolo non era il figlio della donna.

2. Una donna, identificata solo con il nome di “Martha” o “M”, fornì alla polizia una versione della storia plausibile (se non fosse che aveva dei precedenti di malattia mentale). Raccontò che il bambino di nome Jonathan venne “comprato” da sua madre da due genitori nell’estate del 1954. Per quasi due anni e mezzo lo sottopose ad ogni forma estrema di abuso fisico e sessuale. Una sera durante la cena, il piccolo vomitò lo stufato di fagioli appena mangiato. La madre di Martha lo picchiò fortissimo, lo buttò a terra e gli sbatté la testa più volte sul pavimento finchè non fu semicosciente. Lo portò poi nella vasca da bagno dove morì.

Questi dettagli non furono mai rilasciati dalla polizia, ma il medico legale dichiarò che nello stomaco del piccolo c’erano i resti di uno stufato di fagioli e le dita delle mani erano avvizzite, come quando stiamo troppo a lungo in acqua.

La mamma di Martha gli tagliò poi i capelli per camuffare la sua identità, lo mise in una scatola di cartone dentro una cesta in vimini e obbligò Martha ad andare con lei nel bosco. Giunti sul luogo un motociclista notò le due donne ferme con l’auto e si offrì di dare una mano. La madre di Martha riuscì a mandarlo via con una scusa e le due si liberarono del corpicino.

Nonostante la testimonianza della ragazza, la polizia non fu mai in grado di verificare la storia che ad oggi resta ancora un mistero.

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