RICHARD PARKER E “LA VITA DI Pi”

(Grazie a Sergio Trapasso per la segnalazione)

Ricordate il bellissimo romanzo e film “La Vita di Pi”? Per chi non lo conoscesse la storia racconta, in breve, di Patel (soprannominato Pi), un ragazzo indiano che vive insieme alla famiglia all’interno di uno zoo.

Pi è un ragazzo curioso, molto intelligente e che si pone numerose domande; tra i vari pensieri di Pi si fa largo l’idea che anche gli altri animali abbiano un’anima, non solo gli esseri umani. Volendo però dimostrargli che gli animali ragionano in modo diverso dall’uomo, il padre, una volta sorpreso il figlio intento a tentare di nutrire una tigre del Bengala chiamata Richard Parker, decise di legare una capra viva alle sbarre della cella della tigre per mostrare a Pi con quale violenza essa venga uccisa e divorata dal felino.

La lezione è che gli altri animali non hanno un’anima e non possono quindi essere amici dell’uomo.

Ora, potrei raccontarvi la trama del film ma sarebbe un peccato e preferirei lo vedeste o leggeste il libro. La vera curiosità riguarda, invece, Richard Parker, la tigre del Bengala. Vi siete mai chiesti perchè abbia un nome così umano? Ebben, la spiegazione si trova nel romanzo scritto da Edgar Allan Poe nel 1838. “Le avventure di Arthur Gordon Pym” racconta di quattro marinai costretti in una scialuppa di salvataggio dopo un naufragio che, resi folli dalla fame, decidono di divorare colui che avrà la sfortuna di scegliere la pagliuzza più corta. Il giovane mozzo di bordo, Richard Parker, che aveva malauguratamente suggerito la soluzione della “Legge del mare”, venne ucciso e mangiato dai suoi compagni.

Quaranta anni dopo, nel mondo reale, un gruppo di quattro uomini, costretti al digiuno in una scialuppa dopo il naufragio della nave britannica Mignonette, decisero di cibarsi del mozzo di bordo che, incredibilmente, si chiamava Richard Parker.

L’evento fece molto clamore e i sopravvissuti vennero chiamati “i cannibali dello yacht Mignonette”.

Vi lascio la reale testimonianza di un sopravvissuto della Mignonette:

“Ho 30 anni e sono stato in mare 30 anni, avendo udito che il capitano con il cutter La Mignonnette partiva per l’Australia diretto a Sidnay, mi arruolai per fare con lui il viaggio. L’equipaggio consisteva del capitano, di Stephens, di un giovanetto di 17 anni, di nome Riccardo Parker, e di me. Partimmo da Southampton e avemmo bel tempo nel primo periodo del viaggio. Giunti a Madera, rinnovammo le provvigioni: verso giugno, per altro, il mare si fece cattivo, ed il 5 luglio, durante una spaventosa burrasca, il legno si sfasciò, e a mala pena ci potemmo salvare nell’unico battello che avevamo, e dove fummo in tempo a porre solo sue stagnate di rape e un cronometro. Diluviava, e il battello ove eravamo entrati era quel ricolmo d’acqua piovana, unica che avevamo per dissetarci. Non toccammo le rape per tre giorni, e nel quarto e quindi vedemmo una tartaruga, riuscimmo a prenderla e bevemmo il sangue, quindi la mangiamo e nei susseguenti giorni ci sfamammo con le rape, che presto finirono. Si rimase una lunga settimana senza prendere altro, solo ci nutrimmo con qualche rimasuglio di rape e qualche goccia d’acqua piovana. Alla fine del settimo giorno, il capitano accennò che meglio sarebbe stato di tirare a sorte chi dovesse morire per far vivere gli altri, e lo ripetè varie volte. Il ragazzo stava, compatibilmente alla trista nostra sorte, assai bene; ma alla proposta del capitano non rispose e co si si giunse al sedicesimo giorno quando nella notte, il giovane Parker si ammalò, tanto più che aveva tentato di bere un poco d’acqua di mare. Si tornò allora a parlare della proposta del capitano, e prevalse per allora la risoluzione di morire tutti assieme. Al diciannovesimo giorno il capitano, disperato, dichiarò che bisognava dirlo una volta per sempre. Ne io ne l’altro marinaio Stephens, che stava steso accanto a me, rispondemmo; il povero ragazzo era sdraiato nel fondo del battello; sembrava assonnato. Noi ci guardammo in viso; a male pena potevamo parlare, estenuati come eravamo, ed a mala pena muoverci, avendo gonfie e come paralizzate le gambe, quando io dissi: a Domani, se Dio viole, vedremo qualche vela. Il giorno appresso, perduta ogni speranza di essere da qualche bastimento soccorsi, si tornò a parlare di sacrificare uno per il bene degli altri. Il capitano domandò a Stephens se aveva famiglia, ed ebbe in risposta “Ho moglie e cinque figli” e Dudlay interrogato, replicò che aveva moglie e tre figli. Io pure avevo numerosa famiglia, tanto che, dopo queste repliche, i nostri occhi si rivolsero su quel povero giovane che, tenendo le braccia conserte sotto il capo, era più morto che vivo, e da più giorni non prendeva parte alla nostra conversazione. Questi sguardi dissero tutto. Il capitano allora si pose in ginocchio presso il ragazzo, noi facemmo lo stesso, e invocammo tutti il perdono di Dio per male che andavamo a commettere; il capitano quindi si chinò sul ragazzo, dicendoli: Parker, Parker è giunta la tua ora”. “E perchè?” rispose il povero giovane, io con l’altro ci trascinammo dall’altro lato del battello, udii quindi un piccolo grido e svenni.

Scialuppa della Mignonette

La scialuppa della Mignonnette

Indi a poco, aperti gli occhi, vidi che Parker era morto e scorsi il capitano e Stephens che gli succhiavano il sangue da una ferita al collo. Datemene qualche goccia, gridai io pure, e lo bevvi. Cosi dissetati orribilmente si, ma dissetati, si senti maggiormente la fame, e il capitano spogliò quindi il cadavere, ene tolse il cuore e il fegato che ci dividemmo, in seguito mangiammo altre parti di quel corpo, e il quarto giorno vedemmo davanti a noi un bastimento. Facemmo con gli abiti del povero Parker i segnali e fummo soccorsi e ricoverati a bordo dove furono tratti pure i miseri avanzi di Parker.”

 

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