NATASCHA KAMPUSCH: 3096 giorni di prigionia

(Grazie a Stefania Bobbio per la segnalazione)

Quella di oggi è la triste storia della piccola Natascha Kampusch, la bambina di 10 anni rapita, segregata e violentata per 8 lunghi anni.

Era la mattina del 2 marzo del 1998 quando Natascha chiedeva alla mamma il permesso di andare a scuola da sola a piedi. Strasshof è un piccolo borgo vicino a Vienna dove tutti si conoscono e dove la tranquillità regna sovrana.

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Lungo il tragitto notò un uomo con i capelli castani, magro, ossuto, che la squadrava in piedi accanto a un furgoncino chiaro. Natascha provò un irrazionale terrore, ma proseguì senza esitare, convinta che quella era solo una delle sue tante irrazionali paure infantili da superare.

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Quando gli fu vicino l’uomo l’afferrò, la coprì con un plaid e la trasse dentro il furgone. In quel momento la vita di Natascha si fermò: gli umori instabili della preadolescenza, le liti con la mamma, la panetteria del papà, i giocattoli nell’armadio, il vestito a quadretti blu, tutto si appiattì in un appannato passato. Il minivan percorse solo qualche chilometro e poi si fermò davanti a una villetta unifamiliare nel verde della cittadina austriaca. Natascha fu gettata in uno scantinato.

D’ora in poi devi chiamarmi Maestro“.

Dopo qualche ora la polizia bussò alla porta del tecnico elettronico, Wolfgang Přiklopil, uno dei tanti proprietari di un furgoncino di colore chiaro che gli agenti stavano interrogando dopo il rapimento di una ragazzina. Un dodicenne aveva testimoniato di aver visto un uomo alla guida del mezzo di colore chiaro portare via Natascha con la forza. Il trentaseienne spiegò che quel piccolo furgone gli era servito per andare a depositare i materiali di scarto prodotti durante i lavori di ristrutturazione della propria casa. Pochi metri sotto i loro piedi Natascha respirava forte, ma nessuno degli agenti chiese di ispezionare la casa.

Cominciò in quel momento la segregazione di Natascha Kampusch. Mentre tutta l’Austria la cercava, la bambina viveva un’esistenza da prigioniera nel seminterrato di un uomo sadico e asociale. Fissato con l’igiene, la costringeva a tenere quel loculo che usava come rifugio, pulito come uno specchio. Le diede dei libri da leggere, si occupava della sua istruzione, dei suoi pasti. Magro fino all’anoressia la voleva emaciata e esile, così da non poter opporre resistenza alle botte, ma anche perché potesse incarnare il modello femminile che lo attraeva sessualmente.

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Natascha fu costretta a lunghi digiuni perché perdesse peso. Il maestro decideva quando doveva mangiare, bere e dormire. La costringeva a stare al buio con un ventilatore acceso tutto il giorno e le permetteva di uscire dal bunker regolarmente per fare le pulizie di sopra. Le rasò i capelli e le diede un foulard da avvolgere intorno alla testa per coprire la calvizie. Natascha era in tutto e per tutto una prigioniera di un lager: privata del cibo, picchiata con calci e pugni in testa costretta – a dieci anni – a soddisfare le perversioni sessuali del suo aguzzino.

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Provò a suicidarsi diverse volte, ma non ci riuscì. Passarono anni senza che nessuno dei vicini sospettasse che nella pace delle villette nelle campagne verso la Slovacchia, si nascondesse un simile orrore. E mentre Natascha diventava prima una ragazza e poi una donna nelle mani del suo sequestratore, i suoi genitori si rassegnavano all’idea che fosse morta e non l’avrebbero più rivista. Con il passare degli anni, certo della sudditanza psicologica affermata sulla ragazza, Přiklopil cominciò a permetterle di uscire più spesso dal rifugio. Le permise di dormire con lui nel suo letto, di uscire in giardino sorvegliata, di fare qualche piccola gita fuori insieme a lui. In quel periodo Natascha poteva anche leggere il giornale e seguiva con silenzioso interesse le notizie che riguardavano la sua scomparsa.

Poi venne un giorno di agosto, Natascha aveva 19 anni, era magra e scarna, ma in salute. Il maestro, le chiese di lavargli l’auto parcheggiata in giardino, lei obbedì, come sempre. Non era la prima volta che godeva di una ‘semilibertà’, ma da qualche tempo qualcosa in lei si era rotto. Lui ricevette una telefonata sul cellulare, si allontanò di qualche metro dall’auto. Senza riflettere un solo secondo, Natacha varcò il cancello aperto e corse fortissimo fino al giardino più vicino. Sotto choc, fermò a uno sconosciuto e gli disse: “Sono Natascha Kampusch”.

Appena si accorse della fuga della sua prigioniera Přiklopil capì che aveva le ore contate. Allora prese la sua auto e si diresse verso la vicina stazione ferroviaria. Da un’altra parte, assistita da psicologi e protetta dall’assalto di giornalisti e fotografi, Natascha ascoltava assente un agente che, con la massima delicatezza, le annunciava il suicidio del suo carceriere.

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Dopo la fuga Natascha Kampush ha deciso di raccontare la propria storia. Il libro 3096 Tage (3096 giorni, in italiano), ha venduto oltre un milione di copie ed è stato tradotto in 25 lingue. Non è mai riuscita a recuperare una vera normalità dopo la fuga, ha scelto di condurre una vita solitaria e appartata e ha dovuto combattere con il disturbo alimentare derivato dai prolungati digiuni forzati. A titolo di risarcimento per il danno subito ha ereditato la casa del suo aguzzino, dove ha trascorso la sua prigionia. Natascha la visita spesso, la tiene pulita e in ordine. La decisione, tanto discussa dall’opinione pubblica e dai media, per gli psicologi è, invece, solo un modo di elaborare il trauma di quella terrificante esperienza.

Video della casa dov’era rinchiusa Natascha:

Fonte. Articolo scritto da Angela Marino – Fanpage.it

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