“GLOOMY SUNDAY” – LA CANZONE CHE ISTIGA AL SUICIDIO

A Vienna, una ragazza adolescente si lascio annegare stringendo nel pugno lo spartito di una canzone. A Budapest, un negoziante si uccise lasciando un biglietto che citava il testo della stessa canzone. A Londra, una donna morì per overdose di barbiturici, mentre ascoltava ininterrottamente la registrazione della medesima canzone. Una ragazza di New York, suicidatasi inalando gas, lasciò scritto di suonare quella canzone al suo funerale.

Gloomy Sunday, la canzone dei suicidi 2

Il brano musicale che collega tutte queste morti è la famigerata “Gloomy Sunday”, soprannominata il “canto del suicidio ungherese”, ricondotta a più di un centinaio di suicidi, tra cui quello di colui che la compose. Naturalmente potrebbe trattarsi solo di leggende metropolitane, tranne che per il caso dell’ungherese Rezső Seress, l’autore della musica, che effettivamente si suicidò gettandosi dalla finestra, trentacinque anni dopo aver composto questa malinconica melodia, il cui testo parla della morte di una persona amata, e di una scelta drastica come il suicidio, per ricongiungersi al defunto.

Gloomy Sunday, la canzone dei suicidi 5

Esistono diverse versioni sull’origine della canzone, composta durante una cupa domenica del 1933 a Parigi, o forse a Budapest. Seress compose questa triste melodia perché era stato abbandonato dalla fidanzata, stanca dei suoi insuccessi; il testo, altrettanto malinconico, fu scritto in ungherese da un amico del musicista, il poeta László Jávor. Altre versioni raccontano che fosse Jávor ad aver subito pene d’amore, altre ancora che Seress abbia scritto egli stesso il testo, una lirica sulla tragedia della guerra, e che poi Jávor l’abbia trasformata in una ballata strappalacrime: un lamento per la morte dell’amata, e un impegno ad incontrarla di nuovo nella vita dopo la morte.

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La canzone divenne un successo, soprattutto dopo essere stata registrata in inglese nel 1936, con il testo di Sam M. Lewis, e molto ascoltata nei paesi di lingua inglese dopo l’interpretazione data da Billie Holiday nel 1941. Nella versione inglese si tentò di mitigare la tristezza del componimento, aggiungendo una strofa finale, dove l’intero racconto diventa semplicemente un sogno.

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Nei primi anni ’40 la BBC vietò la trasmissione della canzone, ritenendola troppo sconvolgente per il pubblico, e autorizzò la riproduzione della sola versione strumentale; il divieto fu revocato nel 2002. Nel frattempo Seress visse una vita piuttosto difficile: fu internato in un campo di concentramento nazista, poi lavorò in teatro e in un circo, come trapezista. Riprovò a fare il cantautore, ma non ebbe mai più lo stesso successo ottenuto con Gloomy Sunday.

Una storia non confermata narra che Seress tentò di ricontattare la fidanzata dopo il successo ottenuto dalla canzone. Fu devastato nello scoprire che questa era morta suicida, lasciando un biglietto su cui era scritto solo il titolo della melodia: “Gloomy sunday”

Comunque sia, l’unico suicidio veramente collegabile al brano musicale è quello del suo autore, che una volta scrisse: ”Io sto in mezzo a questo successo mortale come un uomo accusato. Questa fama fatale mi fa male. Ho pianto tutte le delusioni del mio cuore in questa canzone, e sembra che altri con sentimenti uguali ai miei abbiano trovato il proprio dolore in essa “.

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Quasi incredibile un’altra morte legata a questa canzone (maledetta?), quella della cantante bolognese Norma Bruni, voce nota della radio negli anni della seconda guerra mondiale. Invitata a partecipare ad una trasmissione televisiva, nel 1970, la Bruni cantò appunto Triste domenica, da lei già interpretata durante gli anni del suo successo. Quando finì la registrazione del programma, la cantante si sentì male ed entrò in coma, dal quale non si risvegliò più. Morì il 3 gennaio 1971: era la prima triste domenica dell’anno.

Fonte. Vanillamagazine

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