PIETRO DE NEGRI – ER CANARO DELLA MAGLIANA

(Grazie a Sonia Santori per la segnalazione)

(ATTENZIONE – Dettagli delle torture non adatte alle persone sensibili)

Pietro De Negri è noto alla cronaca per il brutale omicidio dell’ex pugile dilettante Giancarlo Ricci. Il fatto, il delitto del Canaro, colpì per la sua particolare efferatezza, poiché la vittima, a quanto dichiarò l’assassino, sarebbe stata torturata a lungo e mutilata a più riprese prima di essere finita, anche se in seguito l’autopsia smentì questa versione.

Nato a Calasetta nel 1956, deve il suo soprannome all’attività di toelettatura per cani in via della Magliana 253.

Tutto ebbe inizio quando De Negri, cocainomane e pregiudicato, insieme a Ricci organizzarono una rapina. De Negri venne arrestato, mentre il pugile, lontano da ogni accusa, dilapidò tutto il bottino. Er Canaro non poteva far molto nei confronti del pugile ed era pertanto costretto a subire minacce, percosse e ricatti.

Ma il 18 febbraio 1988 la svolta: De Negri attrasse Ricci nel proprio negozio con la scusa di rapinare uno spacciatore di cocaina che lì attendeva; lo convinse poi a nascondersi in una gabbia per cani, apparentemente in esecuzione del piano, ma lo chiuse dentro. Alle 15:00 De Negri, che aveva assunto droga per tutta la notte, seviziò per sette ore la sua vittima. Dapprima gli incendiò il volto con benzina, quindi lo stordì con una bastonata.

Stando alla versione del De Negri, dopo aver alzato il volume dello stereo al massimo per coprire le grida, forte del fatto che si trattava d’una sua nota abitudine, estrasse il Ricci dalla gabbia e la legò a un tavolo, amputandogli pollici e indici d’entrambe le mani con delle tronchesi. Cauterizzate le ferite bruciandole con benzina, di modo che la vittima non morisse troppo in fretta per dissanguamento, De Negri iniziò a schernire Ricci, nel frattempo rinvenuto, e intorno alle 16:00 si concesse anche il tempo di andare a riprendere la figlia a scuola per condurla a casa da sua madre.

All’apice della tortura, sempre secondo la versione dell’omicida, mutilò l’ex pugile di naso, orecchie e, infine, della lingua e dei genitali. Poi introdusse le parti amputate nella bocca di Ricci aiutandosi con una tenaglia e provocandone la morte per asfissia. S’accanì poi sul cadavere, rompendogli i denti a martellate, infilandogli le dita recise nell’ano e negli occhi, aprendogli infine la scatola cranica per lavargli il cervello con lo shampoo per cani. Questa ricostruzione fu smentita dall’autopsia: le mutilazioni erano state inferte post-mortem.

Intorno alle 22:00, De Negri si sbarazzò del corpo. Dopo averlo legato e avvolto in un sacco di plastica, lo trasportò in auto sino alla discarica di via Belluzzo nel Portuense, dove lo cosparse di benzina e lo incendiò, preoccupandosi di lasciare intatti i polpastrelli per l’identificazione. 

Il corpo di Giancarlo Ricci fu scoperto intorno alle 8:30 del mattino seguente da un uomo che portava il cavallo al pascolo. Sulle prime, le indagini imboccarono la pista del regolamento di conti nell’ambiente del traffico di stupefacenti. Ma la testimonianza d’un amico di Ricci, Fabio Beltrano, che aveva accompagnato il pugile in via della Magliana ed era stato allontanato da De Negri con un pretesto, portò all’arresto der Canaro il 21 febbraio. L’uomo confessò senza mostrare alcun pentimento.

Nel procedimento per omicidio De Negri fu sottoposto a perizia psichiatrica, e ritenuto affetto da disturbo paranoide, con incapacità d’intendere e di volere per l’intossicazione cronica da cocaina, escludendone la pericolosità sociale. Il Canaro ottenne la libertà ed uscì di prigione il 12 maggio 1989, suscitando grande clamore; una settimana dopo De Negri subì una nuova cattura con internamento in una struttura psichiatrica. Una nuova perizia durante il processo di primo grado, condotta dai professori Carrieri e Pazzagli, gli riconobbe un’incapacità parziale. De Negri riportò una condanna definitiva a ventiquattro anni di reclusione.

La ricostruzione del De Negri fu smentita dai riscontri oggettivi e dall’autopsia. Nella trasmissione La linea d’ombra Giovanni Arcudi, l’anatomopatologo che effettuò l’autopsia, dichiarò che tutte le amputazioni erano state effettuate post-mortem. La morte era dovuta a una decina di martellate che avevano provocato emorragia cerebrale e la morte nell’arco di un quaranta minuti.

La perizia medico-legale dell’ Arcudi stabilì che la maggior parte delle violenze furono solo ideate – nel delirio della droga e nel desiderio di vendetta – ma non realizzate. Tutto finì in poco più di mezz’ora e Ricci morì per le ferite alla testa. Nessuna tortura gli fu inflitta da vivo, nessuna cauterizzazione, nessuno shampoo fu mai usato e mai Ricci entrò nella gabbia, della quale non fu trovata traccia. Il giustiziere inoltre non s’assentò per andare a prendere la figlia: mandò invece sua cognata.

 

Dopo aver scontato sedici anni, De Negri fu rilasciato prima del termine del periodo della pena, anche per effetto della buona condotta e della disponibilità verso detenuti extracomunitari e malati di AIDS. Libero ai primi d’ottobre 2005, tornò ad abitare con moglie e figlia e chiese di essere dimenticato.

(Fonte. Wikipedia)

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