NIKOLAJ DZHURMONGALIEV – METAL FANG -ZANNA DI METALLO

“Ho sempre amato la caccia, e andavo a caccia spesso, ma quella era la prima volta che cacciavo una donna… Ho sentito l’eccitazione martellare dentro di me e mi sono avvicinato. Lei ha udito i miei passi e si è voltata, ma io le sono corso incontro e l’ho afferrata per il collo, trascinandola verso la discarica. Fece resistenza, così le ho tagliato la gola con il coltello. Poi ho bevuto il suo sangue. A questo punto, dal villaggio è apparso l’autobus della fabbrica. Mi schiacciai a terra, accovacciato accanto al cadavere. Mentre rimanevo immobile, le mie mani diventarono fredde. Quando l’autobus è sparito, ho scaldato le mani sul corpo della donna e l’ho spogliata, diventando il suo macellaio. Ho tagliato i seni del cadavere insieme a strisce di grasso, tagliato le ovaie, separato bacino e fianchi. Poi ho infilato tutti questi pezzi nello zaino e li ho portati a casa. Ho sciolto il grasso, e con un po di sale l’ho mangiato come pancetta. Una volta ho usato un tritacarne per farla fine, e ho fatto delle polpette. Ho mangiato tutta la sua carne da solo, non l’ho offerta a nessun ospite. Due volte ho fritto cuore e reni. […] Ho mangiato la carne di questa donna per circa un mese”.

Educato, solitario, un gentiluomo ben curato nell’aspetto, con un’infanzia sconosciuta. Di lui sappiamo solo che nacque nel 1952 in Kazakistan da padre Kazako e madre Russa. Negli anni perse diversi elementi dentali dell’arcata superiore e non è chiaro se se li fece reimpiantare in metallo o si fece costruire una protesi totale in metallo; comunque sia, da qui il soprannome “Metal Fang” (Zanna di metallo).

Iniziò a vagabondare per l’Unione Sovietica fino al 1977 quando decise di tornare a casa e lavorare come vigile del fuoco. Più tardi dichiarerà di essere stato disgustato, durante il suo peregrinare, dalle donne del nord, che bevevano, fumavano, imprecavano e dormivano con chiunque. Nonostante le sue dichiarazione però, Nikolai non disdegnava rapporti occasionali con donne di etnia non Khazaka.

Verso la fine degli anni ’70, tre fatti compromisero la delicata stabilità mentale di Dzhumagaliev:

  • Contrasse la sifilide da Tatiana P. e la tricomoniasi, due volte, da un’altra ragazza di nome Lyuba. Questi episodi non fecero che convincere ulteriormente Dzhumagaliev del fatto che tutte le donne sono sgualdrine e che “tutte le disgrazie provengono da loro. L’ingiustizia, la criminalità”.
  • Dzhumagaliev desiderava sposarsi con una donna Khazaka che però rifiutò sempre
  • Il 25 gennaio 1979, un bambino notò i resti mutilati della prima vittima di Dzhumagaliev, che si scoprirà essere Nadezhda Yerofim, un’avventista del settimo giorno di un villaggio vicino a Uzun-Agach. Dzhumagaliev l’aveva notata mentre rincasava dalla chiesa e, preso da un folle istinto omicida, decise di ucciderla. Il caso venne presto abbandonato dalle autorità in quanto classificato come “omicidio da rituale avventista” e il fatto di averla scampata così facilmente gli diede lo stimolo per continuare a uccidere.

Anna fu la seconda vittima accertata. La ragazza scomparve mentre tornava alla propria abitazione dai bagni pubblici, una passeggiata di poche decine di metri. Sgozzata, trascinata in una discarica, stuprata, smembrata, in parte bruciata e in parte sepolta.
Zanna di Metallo ha così giustificato la scelta di quella particolare vittima:

“Era pulita, ordinata e appena lavata. Beh, come potevo fare a meno di ucciderla e mangiarla?”

Le sparizioni di giovani donne iniziarono ad essere numerose e catturarle divenne più difficile. Dzhumagaliev decise così di cambiare modus operandi:

Il 21 giugno 1979, attorno alle due di notte, irruppe con la forza in un’abitazione, massacrando, mutilando e mangiando – assaggiando, per la precisione – le due donne adulte che trovò all’interno.

È probabile che l’azione sia avvenuta senza premeditazione, perché Dzhumagaliev sembrava del tutto ignaro della presenza di una terza persona, Yulia, riuscita a nascondersi alle prime avvisaglie dell’intrusione. Dal suo nascondiglio, la ragazzina osservò impotente il maniaco che si accaniva sulla madre e la nonna, episodio che la segnerà a vita.
I vicini, allertati dalle urla, avvisarono tempestivamente le autorità, ma al loro arrivo Nikolai aveva già avuto tutto il tempo per ultimare i suoi macabri rituali e dileguarsi nella notte. Secondo i rapporti ha asportato dai cadaveri ampie porzioni di tessuti molli, in particolare dalle gambe e dall’area genitale.
Riavutasi dallo shock, Yulia racconterà che, tra le varie atrocità, l’assassino aveva bevuto il sangue della madre, ma non della nonna.

Più tardi Dzhumagaliev spiegherà che l’anziana “Non aveva un buon sapore. La più giovane era meglio”. L’aveva scoperto assaggiando una striscia di carne presa dal collo, che aveva subito sputato per via della consistenza “gommosa”.

Pochi giorni dopo fu il turno di una giovane neomamma uccisa con 18 coltellate:

Quando sono rientrato a casa la sera ho trovato una ragazza bella e giovane. Tatiana era via, in compagnia di mia sorella Zoe. Io e la ragazza ci eravamo appena seduti sul letto, quando ci siamo spogliati e abbiamo fatto sesso. E tutto è avvenuto con il suo consenso.

Poi ho pensato che la mia ragazza poteva entrare in qualsiasi momento e chiesi a Valentina di continuare nel fienile. L’ho sollevata dal letto e l’ho portata in braccio nel fienile, che si trova nel cortile.

Nel fienile abbiamo avuto un altro rapporto sessuale, ma non ero soddisfatto. Allora ho sentito il desiderio di strangolarla. Le ho stretto il collo con entrambe le mani e ho cominciato a soffocarla. […] Poi ho preso il coltello e le ho tagliato delicatamente la gola.

Ho succhiato il suo sangue ed ero di nuovo eccitato. Dopo aver avuto un altro orgasmo mi sono reso conto che era già morta. Ho smembrato il suo corpo in corrispondenza delle articolazioni, ho messo la carne buona in un barile, e gli scarti li ho seppelliti in giardino”.

Il 21 Agosto del 1979 la svolta: Dzhumagaliev sta bevendo vodka con gli amici colleghi quando decide di mostrare loro il suo fucile da caccia ereditato dal nonno. Vede un piccione appollaiato e gli spara contro, mancandolo. Ricarica l’arma barcollando per l’alcol bevuto, ma inciampa e spara accidentalmente un altro colpo che colpisce un suo collega in testa, uccidendolo. Dzhumagaliev viene condannato a quattro anni e mezzo di prigione, ma una valutazione psichiatrica lo riconosce schizofrenico e gli risparmia il carcere.

Avevano catturato il mostro, ma non lo sapevano.

Nel giro di un anno Dzhumagaliev è di nuovo libero di uccidere. Si sveglia nel suo letto la mattina dell’8 Novembre 1980 con a fianco una donna ubriaca con cui aveva fatto sesso. La guarda, prende un coltello e le squarta la gola. Poi, beve il suo sangue dalla ferita.

“Nel libro Black Mist avevo letto che se si taglia la gola di una persona e la si fissa da vicino si può vedere l’anima che lascia il corpo. Ho guardato e guardato, ma non l’ho vista…”

Il 18 Dicembre segna la fine per Dzhumagaliev:

La scena era quella consueta di vodka, amici e ragazze facili. Ad un certo punto Dzhumagaliev si allontana con una ragazza, Zoya, e la porta in una stanza. Tutti pensano sia per fare sesso, ma quando uno degli invitati decide di aprire la porta, lo spettacolo che si trovò davanti fu terrificante: Dzhumagaliev era mezzo nudo, completamente ricoperto di sangue, intento a macellare i resti della povera Zoya. Gli invitati si danno alla fuga e chiamano la milizia.

Dzhumagaliev riesce a scappare e a nascondersi da un cugino. La milizia inizia a cercare partendo dai parenti fino ad arrivare alla casa del cugino. Un miliziano nota delle assi sconnesse sul pavimento: Dzhumagaliev è lì sotto:

“Volevo farmi arrestare. Ho ucciso molta gente, ma non ho mai visto l’anima uscire. Forse vuol dire che non abbiamo un’anima?”

Arrestato, viene condannato per sette omicidi con l’aggravante del cannibalismo. Non verrà fucilato perchè gode di una perizia medica che lo classifica come schizofrenico. Verrà quindi trasferito in un manicomio criminale dove resterà per 8 anni. Nel 1989 viene trasferito in una struttura psichiatrica. Il trasferimento rappresenta un’occasione ghiotta per la fuga: Dzhumagaliev riesce a scappare e verrà ricatturato solo due anni più tardi in Uzbekistan.

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