ANATOLY ONOPRIENKO – Terminator, Citizen O, Bestia dell’Ucraina

“Parlerò con un generale, non con te”

“Vuoi parlare con un generale? Ti porterò il tuo generale, ti porterò dieci generali, se vuoi. Ma se te lo porto e tu non hai niente da dirgli? Perché, forse, non c’è niente da dire.”

“Non preoccuparti. C’è di sicuro qualcosa da dire”.

Queste le parole di Anatoly prima di raccontare nei minimi dettagli tutti i suoi crimini e diventare così il serial killer più pericoloso dell’Ucraina.

Nasce nel 1959 in Ucraina e la madre muore quando lui ha soltanto un anno. Il padre decide di affidarlo a un orfanotrofio, mentre tiene con sé l’altro fratello maggiore. L’abbandono sarà per Anatoly il fulcro su cui si genererà un profondo odio viscerale nei confronti delle famiglie felici e stabili.
Schizofrenico e incapace di mantenersi un lavoro fisso, vive le sue giornate tra ospedali psichiatrici e piccoli furti.

“La prima volta che ho ucciso avevo poco più di vent’anni. Ero nei boschi e sparai a un cervo. Ricordo che, mentre lo guardavo morire, mi sentivo sconvolto, non capivo perché lo avevo fatto e mi spiaceva per lui. Non ho mai più provato un sentimento simile”.

Dopo questo evento Anatoly conobbe Sergei Rogozin, un altro serial killer, e decisero di fare le cose in grosso per aumentare le magre entrare. Penetrarono all’interno di un’abitazione isolata per rubarne i beni, ma i proprietari si svegliarono a causa del rumore. Anatoly e Sergei non volevano e non potevano finire in prigione e fu così che decisero di compiere uno sterminio. Il giorno dopo vennero ritrovati i corpi morti di due adulti e otto bambini.
Dopo questo episodio Anatoly decise di proseguire per la sua strada senza l’aiuto di Sergei.

Passano pochi mesi quando verrà ritrovata un’auto con all’interno 5 persone uccise.

“Mi ero avvicinato solo per rubare, se avessi saputo che c’erano cinque persone là dentro, me ne sarei andato. I cadaveri sono brutti, puzzano e sprigionano cattive vibrazioni. Dopo aver ucciso la famiglia nella macchina, rimasi seduto là dentro con i loro corpi per due ore. Non sapevo cosa farne e l’odore era insopportabile”.

Anatoly sente le voci, lo spiegherà anni più tardi agli investigatori e agli psichiatri che tenteranno di penetrare i misteri della sua testa, sente le voci da quando suo padre lo ha abbandonato ed è sopravvissuto forse proprio grazie a quelle voci, che prima gli hanno fatto compagnia e adesso gli ordinano di uccidere.

E così farà.

La notte del 24 dicembre 1995 entra nella casa di un insegnante e uccide il capofamiglia, la moglie e i loro due bambini. Strappa alle vittime le fedi, una catenella con un piccolo crocifisso dorato, gli orecchini, porta via anche un fagotto di vestiti vecchi.
Nel 1996 uccide due uomini d’affari, un passante e un poliziotto. Il giorno dopo uccide un ufficiale di marina, un cuoco e un tassista.

“Per me era come cacciare. Me ne stavo seduto, annoiato, senza niente da fare e improvvisamente l’idea entrava nella mia testa. Avrei voluto fare qualcosa per cacciarla dalla mente, ma non potevo, era più forte di me. Così montavo in macchina, o prendevo un treno e andavo a uccidere”.

Duemila poliziotti partono per una caccia all’uomo mai vista prima, con la Guardia Nazionale dotata di lanciarazzi e mezzi corazzati, ma Anatoly non ha volto e non lascia testimoni, rendendo tutto quasi impossibile. Quasi, perchè un violento litigio tra Anatoly e suo cugino attira l’attenzione della polizia che troverà nella casa le stesse armi usate per gli omicidi.

Anatoly viene finalmente arrestato e condotto in prigione nel 1998. Verrà dichiarato capace di intendere e di volere e, pertanto, sottoposto a processo. In aula è presente una gabbia metallica dove il mostro è stato rinchiuso. I metal detector fuori dal tribunale garantiscono la sicurezza di Anatoly (molti familiari delle vittime vorrebbero ammazzarlo in quella gabbia). Dopo 3 ore, Anatoly viene dichiarato colpevole della morte di 52 persone e condannato a morte tramite fucilazione.

“Ho rubato e ho ucciso, ma sono un robot, non sento niente. Sono stato vicino alla morte così tante volte che ora penso sia più interessante avventurarmi nell’oltretomba per vedere cosa c’è dopo”.

Anatoly morirà 27 agosto 2013 per insufficienza cardiaca all’età di 54 anni dopo che la sua pena venne modificata in ergastolo per motivi politici.

“Ovvio che avrei preferito la pena capitale, non mi interessa avere rapporti con la gente. Se mai riuscirò a uscire di qui, ricomincerò a uccidere, ma questa volta sarà peggio, dieci volte peggio. Per me la morte non è niente, non significa niente. Per voi sono stati cinquantadue omicidi, per me sono la norma”.

 

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