MILENA QUAGLINI

“Jenny è pazza” cantava Vasco Rossi nel 1978, e sono queste le parole che mi sono venute in mente mentre scrivevo la storia di Milena Quaglini.

Milena nasce nel 1957 a Mezzanino, nei pressi di Broni nell’Oltrepò pavese.
A 19 anni decide di andare vie di casa, di scappare da quel padre violento e possessivo che non la lasciava respirare. Conosce un uomo, un brav’uomo, che la sposa e con il quale avrà un figlio. Si trasferiscono prima a Como e poi a Lodi e tutto sembra andare per il verso giusto.
Forse questa è l’occasione per dimenticare davvero un passato burrascoso, forse Milena ha già pagato il prezzo che noi tutti dobbiamo pagare per vivere questa vita.

Ma non è così.

Un diabete fulminante e mortale le strappa dalle braccia il suo amato, facendola sprofondare in un vortice di sofferenza e depressione. Il suo mondo e le sue certezze crollano in un battito di ciglia. L’unico compagno a colmare il vuoto lasciato sarà l’alcol, a cui lei si attaccherà per offuscare le sofferenze di quel cuore distrutto.

Si trasferisce a San Martino Siccomario per cercare lavoro e conosce Mario Fogli. Diventa il suo secondo marito, in una storia d’amore che potrebbe ripagarla delle sofferenze passate. Ma il destino è beffardo e sembra volersi accanire su questa giovane donna. Mario si rivelerà ben presto per quello che è davvero: un uomo geloso, violento, ubriacone e incapace di mantenersi un lavoro serio e stabile. Ma Milena ormai lo ha sposato ed è incinta del secondo figlio. I pochi soldi rendono l’uomo irascibile e imprevedibile e la donna non può lavorare per contribuire alla famiglia perchè “donna che lavora, donna che tradisce” diceva Mario.

Il tempo passa, Milena rimane incinta una terza volta, e le difficoltà si fanno sentire, ma sono sostenibili, fino a quando una mattina qualcuno bussò con veemenza alla porta: “Ufficiale giudiziario, Signora apra la porta!”. Milena apre e le viene consegnato un atto di pignoramento in seguito a fallimento. La donna è confusa, non ne sapeva niente; le gambe tremano, non reggono il peso di una notizia del genere, e le labbra non riescono a proferir parola. Chiude la porta e si siede nell’atrio nell’attesa che torni Mario.

L’uomo ritorna a casa e ad attenderlo c’è una donna distrutta e in lacrime. Cominciano le urla e i litigi, le botte e la violenza dell’uomo si manifestano in tutta la sua scelleratezza.

Il tempo non guarisce le ferite e Milena decide così di separarsi da Mario e di fuggire ad Este, nel Veneto.

Inizia a lavorare come portinaia in una palestra, ma i soldi non bastano e quindi trova lavoro anche come badante per un uomo di 83 anni, Giusto Dalla Pozza. Milena, nella sua ingenuità, chiede all’uomo un prestito di 4 milioni di lire. Il 25 ottobre 1995, secondo quanto riportato dalla donna, l’uomo le avrebbe chiesto indietro i soldi: “puoi restituirmi 500.000 lire al mese, oppure…potresti pagarmi in natura”. Milena rifiuta e lui tenta di violentarla. Ne nasce una colluttazione, nella quale Milena lo colpisce con una lampada alla testa. L’uomo cade a terra inerme, mentre Milena, spaventata e terrorizzata, corre fuori casa e chiama i soccorsi, senza però raccontare la vicenda. L’uomo viene ricoverato, ma muore 10 giorni più tardi. Il caso viene archiviato come caduta accidentale, fino alla confessione della donna che le costerà 20 mesi di reclusione per “eccesso di legittima difesa”.

Milena decide di tornare a Broni, in Lombardia, e, se è vero che le cattive abitudini non muoiono mai, si giustificherebbe la scelta di tornare proprio da Mario Fogli. Milena spera ancora in una vita “normale”, ma il malessere interiore e la depressione si fanno sentire più forti che mai e lei ricomincia a bere. L’alcol non basta e ci aggiunge i farmaci antidepressivi in un mix che la distrugge nel corpo e nella mente. L’ex marito non la capisce e, anzi, la picchia selvaggiamente, la tortura psicologicamente umiliandola e annientando ogni minimo barlume di vita.

E’ sabato. Il due agosto del 1998. Si ripete il copione di violenza e litigi. Mario si mette a letto e si addormenta. Milena mette a letto le due bambine e attende seduta che si addormentino anche loro. Nel frattempo la sua mente elabora e concretizza i passaggi per la vendetta. Si avvicina alla tapparella, ne strappa una corda e la avvolge rapidamente attorno al collo di Mario per soffocarlo. L’uomo si sveglia e cerca di sopraffare Milena, ma invano. Lei lo colpisce con un portagioie per poi strangolarlo con la corda della tapparella. Avvolge il corpo del marito nelle coperte sporche di sangue e poi in un tappeto, che mette sul balcone. Alle 4 di pomeriggio decide di chiamare i carabinieri e confessa. Verrà condannata a 6 anni e 8 mesi di carcere, grazie alla riduzione della pena per semi-infermità mentale. Passa un anno e le viene concesso di scontare la restante parte di pena ai domiciliari con l’obbligo di frequentare dei centri per la disintossicazione. Milena è libera, ma completamente sola. Le bambine sono dalla sorella e nessuno la vuole più vedere. Comincia da subito il suo percorso nelle cliniche dove conosce un uomo, un ex-carabiniere, che si offre di ospitarla. Milena è titubante, ha paura che possa rivelarsi anche lui un mostro, ma è anche vero che è da sola e senza un posto dove dormire. Con non pochi dubbi, accetta l’offerta. L’istinto di Milena aveva ragione: dopo solo due giorni, l’uomo tenterà di violentarla, ma lei riesce a fuggire e a mettersi in salvo.

E’ di nuovo senza una casa, ma trova l’annuncio di Angelo Porello, 53 anni, abbandonato dalla moglie e dalle figlie e condannato a sei anni di carcere per averle violentate.
Ma questo Milena non lo sa.

Passano due giorni e Milena viene legata al letto e stuprata più volte dall’uomo. Oramai il suo corpo è un involucro vuoto, morto. Milena aspetta che finisca, viene liberata, prepara un caffè e scioglie all’interno una scatola di tranquillanti.
Angelo Porello si addormenta dopo poco. La donna trascina il corpo nella vasca da bagno e lo getta dentro. Apre il rubinetto e fa in modo che anneghi. Una volta morto si libera del corpo trascinandolo in una letamaia dietro casa.
Cerca di cancellare le prove del delitto, ma inutilmente. Le scatole dei farmaci e il DNA la incastrano sul luogo del delitto e lei confessa. Dopo due settimane verrà trovato anche il cadavere in decomposizione di Angelo Porello.

Milena verrà condotta in carcere in attesa di giudizio. Se verrà riconosciuta capace di intendere e di volere la pena sarà l’ergastolo. Milena ha paura. Si dedica alla pittura per distogliere i pensieri da quella che sarà la sua condanna.
Il 16 ottobre del 2001, all’1:50 del mattino, il corpo di Milena viene trovato ancora caldo appeso a un gancio con un lenzuolo. Il battito era debolissimo, ma presente. Portata al pronto soccorso, morirà alle 2:50.
Milena ha scritto una lettera con poche parole per i figli che non vede da tempo:

“Non ce la faccio più. Vi voglio bene. Perdonatemi.

La mamma”.

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