ROBERT HANSEN – IL CACCIATORE DI DONNE

(Grazie ad Alice Aly Ripani per la segnalazione)

Robert Christian Hansen nasce il 15 febbraio 1939, a Esterville, Iowa.
Figlio di un panettiere danese emigrato in America, Robert passa un’infanzia molto difficile lavorando nella panetteria del padre.
La sua statura ridotta, la faccia ricoperta di acne e un principio di balbuzie non lo aiutano neanche durante l’adolescenza che passa solo, senza amici e senza una ragazza.
Il primo vero amore arriva solo nel 1960 per una ragazza del posto: il matrimonio arriva in fretta, così come il divorzio; Robert infatti decide in quello stesso anno di vendicarsi della cittadina che lo ha preso in giro per tanti anni, per la sua statura, per la sua acne, per la sua balbuzie. Dà fuoco al garage degli scuolabus, ma non si accorge che un passante lo sta filmando. Viene condannato a tre anni di prigione e la moglie chiede il divorzio.
Gli viene diagnosticata una personalità infantile e pericolosa, ma viene comunque rilasciato dopo nemmeno 20 mesi, grazie alla buona condotta.
Subito dopo la scarcerazione Hansen conosce una nuova ragazza, i due si innamorano e si sposano nell’autunno del 1963.
È del 1967 la vera svolta nella vita di Robert: insieme alla moglie decide di dare un taglio netto con il passato e i due si trasferiscono in Alaska, uno Stato sconfinato, ma con solo poco più di 700 mila abitanti sparsi in un paesaggio selvaggio, composto da foreste, montagne, fiumi, laghi e ghiaccio.
Nel 1977 Hansen ritorna ad avere a che fare con la giustizia: è condannato per lo stupro di una prostituta e per il tentato stupro di una casalinga nei pressi della sua abitazione. Passerà in galera solo sei mesi.
Alla fine di quello stesso anno Hansen viene scoperto a rubare una motosega e finisce nuovamente in prigione dove un altro psichiatra gli diagnostica un disturbo bipolare e gli prescrive del Litio, per controllare gli sbalzi d’umore. Dopo un anno Hansen è di nuovo in libertà.
All’inizio degli anni ’80 sono i coniugi Hansen a subire una rapina e l’assicurazione gli frutta ben tredici mila dollari con i quali aprono una panetteria tutta loro.
È a questo punto che la famiglia Hansen, a cui si sono aggiunti due figli nel corso degli anni, entra finalmente nella normalità: i crimini del passato sono dimenticati e al loro posto ora vediamo solo una rispettabile famigliola che cura una panetteria ad Anchorage, in Alaska.
Robert arriva anche a comprarsi un Piper Super Cub in versione “bush”, che è praticamente in grado di atterrare ovunque e gli permette di andare a caccia in zone più remote dell’Alaska attorno ad Anchorage.
È il 12 settembre del 1982 quando due agenti di polizia fuori servizio e a fine giornata si accingono a ritornare a casa, verso Anchorage.
La valle è ideale per la caccia: costellata di grotte e dirupi creati dall’erosione dei ghiacciai e piena di foreste.
Giunti in prossimità del fiume i due notano uno stivale conficcato nella sabbia. I due agenti si avvicinano e trovano all’interno dello stivale il piede e un pezzo della gamba del suo proprietario, in avanzato stato di decomposizione.
Viene trovato il bossolo di un proiettile calibro .223, un proiettile speciale, utilizzato da fucili automatici come l’M-16, il Mini-14, o l’AR-15. Vengono trovate anche delle bende con cui, presumibilmente, la vittima è stata bendata.
Ci vogliono due settimane per identificarla: si tratta di Sherry Morrow, una spogliarellista ventiquattrenne del Wild Cherry Bar di Anchorage. Sherry è scomparsa il 17 novembre 1981 dopo aver detto ai suoi amici che un uomo le aveva offerto 300 dollari per fare da modella ad alcuni ritratti.
A questo punto che l’investigatore Glenn Flothe entra in scena; sta infatti lavorando da anni ad una serie di spogliarelliste e prostitute scomparse nei dintorni di Anchorage e il caso di Sherry parrebbe compatibili con altri due casi simili. Anche le altre due donne sono state ritrovate nella valle dello Knik River, una è stata identificata, è Joanna Messina, una spogliarellista senza dimora, mentre l’altra è ancora senza nome e Flothe l’ha soprannominata “Eklutna Annie” visto che era stata ritrovata vicino a Eklutna Road.
È il 13 giugno del 1983 quando un camionista vede una ragazza con gli abiti tutti strappati che gli corre incontro, in mezzo alla strada. Quando la fa salire sul suo camion si accorge che ha un paio di manette ai polsi ed è in stato confusionale. Cindy Paulson, questo il nome della sfortunata, gli urla contro che un uomo lo sta inseguendo, di partire in fretta e di accompagnarla ad un telefono, perché vuole chiamare il suo ragazzo.
Il camionista la accompagna al vicino Mush Inn e poi si reca alla Polizia dove denuncia l’accaduto.
Cindy gli racconta alla polizia che un uomo le ha offerto 200 dollari per del sesso orale. Durante la prestazione lo stesso uomo le ha ammanettato il polso e le ha puntato una pistola alla tempia.
L’uomo, sui quaranta e dai capelli rossi, la porta fino a casa sua, nella zona di Muldon Road.
Arrivati alla casa la violenta ripetutamente, utilizzando anche degli oggetti, in particolare un martello.
Dopo aver dormito lasciandola ammanettata, si sveglia e la obbliga ad andare fino all’aeroporto dove le dice che l’avrebbe portata nel suo rifugio in mezzo alle montagne.
Mentre l’uomo stava caricando il suo piccolo piper con provviste e vettovaglie, Cindy riesce a scappare, esce dall’aeroporto e corre fino alla statale dove incontra il camionista e alla fine finisce al Motel dove ora è interrogata dall’agente Baker.
Cindy non solo ricorda il tipo di aereo in cui il suo aggressore la stava per caricare, ma addirittura il numero stampato sulla coda dello stesso.
Ci vuole poco alla polizia di Anchorage a raggiungere l’aeroporto, trovare l’aereo e identificare come suo proprietario un certo Robert Hansen.
Quando gli agenti mostrano la foto di Robert Hansen a Cindy, questa lo conferma essere il suo torturatore.
Robert Hansen parrebbe spacciato a questo punto, ma è di nuovo la sua disonestà ad aiutarlo: convince infatti John Henning, un suo amico, a dichiarare il falso, sostenendo che è rimasto con lui a casa sua tutta la sera, visto che la moglie e i figli sono in questo periodo in vacanza in Europa.
L’alibi di Robert Hansen, panettiere onesto, regge, mentre le accuse di Cindy Paulson, lap dancer e prostituta non vengono credute. Robert Hansen viene scagionato da ogni accusa e lasciato libero di tornare a casa sua.
È il 2 settembre 1983 quando viene ritrovato un altro corpo di ragazza. E’ il quarto.
Paula è stata violentata e probabilmente torturata. Poi è stata uccisa con un fucile, e il calibro dei proiettili che l’hanno uccisa è lo stesso .223 di quelli ritrovati vicino al corpo di Sherry Morrow.
Viene chiamata in soccorso l’FBI.
Nel profilo di Hazelwood si dice che il sospetto probabilmente preleva ricordi dalle sue vittime. E che forse balbetta.
Il sospetto è un quarant’enne, con precedenti e un aereo a disposizione… Robert Hansen.
La polizia a questo punto decide di ricontattare l’amico di Hansen che gli avevano fornito l’alibi tempo prima e lo interroga per ore. Alla fine confessa: quella notte non era con Hansen.
Il 27 ottobre 1983, gli investigatori pedinano Hansen fino alla panetteria, lo bloccano e lo portano in centrale per degli accertamenti.
Contemporaneamente una seconda squadra sta perquisendo la casa di Hansen in cerca di prove: vengono ritrovate moltissime armi, ma niente sembra collegarlo alla serie di omicidi.
Mentre stava uscendo dalla casa uno degli agenti si accorge di una traversina del pavimento fuori posto.
È li sotto che scopre il nascondiglio in cui Hansen nascondeva tutti i suoi attrezzi del mestiere e piccoli trofei.
All’interno di una cassa sotto il pavimento sono conservati un fucile Remington calibro 552, una pistola Thompson da 7mm, dei bastoni, mappe con alcune località evidenziate a pennarello, gioielli da donna, ritagli di giornale, un fucile da caccia, una patente, il mirino di un Winchester, carte di credito appartenute alle ragazze scomparse e un fucile Mini-14 calibro .223.

Il 3 novembre 1983, ad Anchorage, si apre un primo processo contro Hansen, dove è accusato di aggressione, stupro, minaccia a mano armata, furto. Il 20 novembre arrivano anche i risultati della balistica: il fucile utilizzato per uccidere le quattro poverette trovate morte è di Robert Hansen.

Il 22 febbraio del 1984 decide di patteggiare e, in cambio di una confessione scritta che faccia terminare in fretta il suo processo, otterrà di essere condannato unicamente per quei quattro omicidi.
E se indicherà agli investigatori i luoghi in cui ha seppellito eventuali altre vittime potrà trascorrere la sua pena in un carcere statale anziché in un carcere di massima sicurezza.
Hansen prediligeva le prostitute: le avvicinava promettendo denaro in cambio di prestazioni sessuali, poi le minacciava con una pistola e le rassicurava con le seguenti parole:
“Tu sei una professionista. Non ti ecciti e sei consapevole che il tuo lavoro comporta dei rischi. Vedrai che ricorderai questo episodio solo come una brutta avventura e la prossima volta sarai più attenta a quello che fai e con chi decidi di andare” (Robert Hansen).
A questo punto Hansen faceva salire sul proprio aereo le proprie vittime e le accompagnava in una capanna abbandonata in mezzo alla foresta, dove le violentava selvaggiamente.
Dopo averle violentate le liberava completamente nude e le lasciava scappare in mezzo alla foresta.
La caccia solitamente finiva molto in fretta: Hansen le inseguiva con il suo fucile calibro .223 e un coltello.
Le uccideva con il fucile da lontano, quindi le sezionava con il coltello e infine le seppelliva.
In tutto, confessa 17 omicidi
Accompagna il giorno seguente gli investigatori sui luoghi da lui indicati grazie ad un elicottero e in tutto vengono recuperati 12 corpi di donna che vengono poi identificati e restituiti alle famiglie.
“Dare la caccia alle donne è più divertente di dare la caccia a un grizzly” (Robert Christian Hansen)
Il 27 febbraio 1984 Robert Hansen è condannato, come da patteggiamento, solo per gli omicidi delle quattro donne scoperte dalla Polizia.
La pena è però esemplare: 461 anni di carcere, senza la possibilità di uscire mai sulla parola o per buona condotta.

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