IL MASSACRO DI PORT ARTHUR

Era una bella giornata di sole il 28 aprile 1996 nella penisola di Tasman, Australia. I turisti passeggiavano tra le rovine della prigione che gli australiani considerano un luogo storico.

C’era un bar café lì vicino con solo un tavolo libero. Un ragazzo dai capelli biondo chiaro si avvicinò, si sedette, poggiò la sua borsa da tennis a terra ed estrasse una Colt semiautomatica, puntò una ragazza indonesiana e cominciò a sparare all’impazzata per due, interminabili minuti. Il bar si trasformò in un macello con gente a terra morta, sangue ovunque, feriti che strisciavano lontano dal folle omicida e altri che scappavano urlando. Passati i due minuti Martin Bryant, 29 anni, ricaricò l’arma, si avvicinò ai feriti e li finì uno per uno. Ricaricò nuovamente l’arma mentre molti turisti, pensando si trattasse di una rievocazione del passato, si affrettarono per raggiungere il luogo degli spari finendo così nelle mani del killer. Ricominciò a sparare e, terminati i colpi, si diresse verso una Volvo gialla dalla quale prese un fucile FN Fal semiautomatico da 20 colpi. Finiti anche questi, ricaricò, prese la sua auto, si allontanò per una salita che conduce all’ingresso di Port Arthur dove incontrò una donna con 3 bambine. Nonostante le preghiere della madre, le uccise una per una, con calma. Infine, si diresse in una villa di legno chiamata Seascape dove, insieme ai proprietari impotenti, attese l’arrivo della polizia.

Quando si cercò di intavolare una trattativa, Bryant iniziò a sparare all’impazzata, rendendo fin da subito evidente di avere a disposizione molte munizioni. Ad un giornalista, che era riuscito a trovare il numero di telefono del cottage e lo aveva chiamato per proporgli un’intervista, Byant rispose che non aveva tempo da perdere e che si stava “divertendo troppo”. Malgrado la presenza di oltre 200 agenti speciali, la situazione restò in fase di stallo fino alle 8 e 30 del mattino successivo, quando la casa prese fuoco, appiccato dallo stesso Bryant, che in precedenza aveva richiesto un elicottero per la fuga.. Pochi minuti dopo aver appiccato l’incendio, il killer uscì dal cottage con i pantaloni in fiamme e si arrese senza opporre resistenza, lasciandosi dietro tre corpi carbonizzati e portando così il bilancio finale della strage a 35 morti e 18 feriti.

Ma facciamo un passo indietro e raccontiamo la vita di Martin.

Martin Bryant nacque il 9 maggio 1967. A causa del suo comportamento aggressivo, della mania di tirare razzi e di danneggiare tutto ciò che gli capitava a tiro, venne cacciato da un paio di scuole, e ricoverato in un istituto per ritardati. Un suo compagno ricorda il tentativo di squartare un micino e un altro, riuscito, di torturare un’echidne.
L’unica sua amicizia con un ragazzo del posto terminò il giorno in cui si recarono insieme al lago e l’amico, sott’acqua, si sentì assestare un terribile colpo alla testa. Faticò a riemergere, ma sopravvisse.

Isolato sempre più dai suoi coetanei, Martin tentò senza successo molti lavori finché a vent’anni venne assunto come giardiniere da una stravagante ereditiera cinquantenne, Helen Harvey. Dopo tre anni, Martin andò a vivere con la vecchia signora e ne diventò il factotum, forse addirittura l’amante. Nella villa vivevano in condizioni di promiscuità e sporcizia totale, con 16 cani e 27 gatti trascurati. Dopo un anno i due si trasferirono in una fattoria.
Pochi mesi più tardi, nell’ottobre del ’92, l’anziana donna rimase misteriosamente vittima di un incidente automobilistico, lasciando Martin come unico erede del patrimonio.
Solo un anno più tardi anche Maurice, il papà di Martin, venne ritrovato morto sott’acqua presso la diga dello stagno della fattoria del figlio. Martin non venne formalmente accusato e la morte venne classificata come suicidio.

L’attenzione mediatica che si generò attorno a lui dopo la morte sospetta dell’anziana donna e del padre creò in lui una sensazione di piacere narcisistico che sfociò nella strage di Port Arthur.

Bryant dichiarò di aver scelto per i suoi omicidi la città di Port Arthur soprattutto per la sua storia: scoperta nel 1642 dall’olandese Abele Tasman, la Tasmania venne colonizzata all’inizio dell’Ottocento dagli inglesi, i quali sterminarono i circa 5.000 aborigeni dell’isola e realizzarono su una piccola penisola, dove si trova appunto Port Arthur, una delle colonie penali più rigorose, creata per ospitare fino a 3.000 detenuti. Solo i criminali più pericolosi, violenti e plurirecidivi, venivano inviati in questa colonia penale che si limitava ad isolarli dal mondo.La fuga via mare era impossibile per la presenza di squali attirati dalle guardie che gettavano viscere animali in acqua.

Il 22 novembre 1996 la Corte Suprema condannò Martin Bryant a scontare 35 ergastoli, uno per ogni sua vittima. Inizialmente Martin si dichiarò innocente, ma la madre minacciò di suicidarsi se non si fosse dichiarato colpevole.

2 thoughts to “IL MASSACRO DI PORT ARTHUR”

    1. La definizione di anziano è del tutto arbitraria. Una persona di 30 può essere biologicamente anziana, mentre una di 70 può essere biologicamente giovane. Il fatto che tu ti senta scandalizzata da questa cosa e non dalla storia che racconta di una strage di 35 persone, indica che forse hai qualche serio problema che va ben oltre l’età. Vergognati !!11!!

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