ROBERTO SUCCO

“Se tornassi indietro lo rifarei, mia madre era un drago a due teste”

Carcere San Pio X, Vicenza, 1988.

Roberto si trova nella sua cella, immobile, con un cuscino sul capo per non sentire i rumori e per non essere disturbato dalle luci. Le guardie passano per il controllo serale e non notano niente di strano. E’ mattina, Roberto non si muove. Le guardie entrano, tolgono il cuscino e scoprono che Roberto aveva la testa dentro un sacchetto di plastica delle immondizie, con all’interno una bomboletta gas di quelle permesse per scaldarsi il caffè. Roberto ha ingannato tutti ed è riuscito a suicidarsi.

Ma facciamo un passo indietro…

Roberto è un giovane ragazzo che si mantiene distante dagli altri e si arrabbia facilmente. A scuola non eccelle, ma ottiene comunque buoni risultati. Viene descritto come un tipo strano e che si diverte a sezionare i piccoli animali. Ma fin qui nulla di preoccupante, fino a quando la sera del 5 aprile del 1981, Roberto, diciannovenne, dopo l’ennesima discussione con la madre che non gli permette di utilizzare l’auto del padre, prende un coltello da cucina e pugnala 32 volte la donna. La colpisce al petto, al collo e alla testa. Poi, trasporta il cadavere in bagno e lo riversa nella vasca, spegne le luci e attende l’arrivo del padre. Alle 22:30, armato di accetta, colpisce il padre alle spalle e lo soffoca con una busta di nylon. Porta il corpo in bagno e lo posiziona sopra a quello della madre, poi riempie la vasca d’acqua per occultare i cadaveri.

Chiude la porta di casa, prende l’auto e va in Friuli. Qui, pochi giorni dopo, verrà catturato dalla polizia che, scoperta la scena del crimine, non ha dubbi sulla colpevolezza del figlio.

“Si cerca il figlio del poliziotto friulano e della magliaia di Noale”, racconteranno i giornali.

Roberto viene dichiarato insano di mente e condannato a 10 anni nell’ospedale psichiatrico giudiziario di Reggio Emilia. Nel 1986, grazie a un permesso per poter seguire gli studi all’Università, fugge dall’ospedale e fa perdere le sue tracce. Riesce a raggiungere la Francia con documenti falsi (il documento riportava Roberto Zucco). In brevissimo Roberto si trasforma in un seria killer uccidendo 5 persone: un brigadiere della Gendarmeria Nazionale Francese per rubargli la pistola, un medico, un ispettore di polizia e due donne di cui una ammanettata al letto.

Scappa in Svizzera dove in due giorni commette ogni genere di crimine: rapina e ferisce un benzinaio, prende in ostaggio un’istitutrice che poi libererà, entra in uno chalet dove ci sono due ragazze e le violenta.

Ormai il nome di Roberto fa il giro dei giornali e delle televisioni; il nome è falso, ma la foto sul documento è vera. Dopo essere stato riconosciuto da uno studente a Aix-les-Bains, Succo torna in Italia e la polizia gli tende una trappola: una domenica, in una zona di campagna, Succo ha appena lasciato l’auto e s’incammina in un vicolo, aspetta qualcuno, sicuramente non sospetta di essere seguito. Quando si accorge di essere braccato tenta di raggiungere le armi che ha nell’auto.

Lo ferma e lo ammanetta Raffaele Ruggiero, un poliziotto che aveva lavorato a lungo col padre del criminale:

“L’ho conosciuto bambino e ho arrestato un mostro”.

Lui nega tutto, dice che si stanno sbagliando:

“Mi chiamo Jean Louis Cula, sono cittadino francese, non so chi sia questo Succo del quale mi parlate”.

Quando esce dalla Procura fischietta; indossa un giubbotto di pelle, un maglioncino beige, ha i capelli corti. Si rivolge a giornalisti e fotografi con un sorriso e agita le mani strette dalle manette:

“Ciao ragazzi”.

La Francia chiede l’estradizione, ma Succo viene trasportato al carcere di Treviso dove tenta una fuga durante l’ora d’aria: elude il controllo a vista di tre agenti, balza sulla tettoia dei gabinetti, si arrampica sulle sbarre e sale sul tetto. Spicca un salto da acrobata ed è sul tetto della costruzione di fronte.

Il carcere è circondato, Succo capisce che non può andare da nessuna parte, ma non rinuncia all’esibizione davanti ai giornalista accorsi: a torso nudo mostra un fisico atletico, lancia tegole sulla testa dei carabinieri, urla, insulta. Poi tenta l’ultima acrobazia appeso a un cavo, cade male da quattro metri, si frattura tre costole. Lo fasciano alla meglio e lo trasferiscono in fretta a Livorno, un carcere più sicuro. Nel penitenziario livornese Succo confessa tutti i delitti. Per ragioni di sicurezza lo spostano ancora, per la terza volta in due mesi, ora è a Vicenza e qui Roberto Succo si toglie la vita.

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