PAOLO SAVINI

Si è appena concluso il Festival di Sanremo e tra le varie critiche, inediti poco inediti, e stonature bestiali, in pochi forse sanno che Sanremo è stato anche teatro di uno dei serial killer più famosi Italiani: Paolo Savini – il mostro di Sanremo.

Paolo nasce nel 1953 e si conosce poco della sua vita; sappiamo però che si diploma come maestro elementare e frequenta corsi di filosofia, ma questo non basta per trovare un buon lavoro che rispecchi i suoi studi. Inizia a lavorare come netturbino per 9 anni fino a quando viene trasferito dal comune di Sanremo ai servizi cimiteriali come necroforo affossatore. Accumula una terribile frustrazione, debiti, e inizia ad avercela a morte con tutta la società, ma non può lasciare il lavoro perchè ha una moglie e una figlia da mantenere. I soldi scarseggiano e nel 1989 inizia il lavoro di becchino per mettere da parte qualcosa di più.

E’ il 1990 quando Paolo chiede al comune un lavoro meno traumatizzante riuscendo ad ottenere un posto come custode del cimitero. Poco dopo, Savini si mette a telefonare a tutti i giornali, denunciando la condizione delle bare accantonate e sostiene di aver paura perché «possono scoppiare» vicino a lui e infettarlo «con il virus dell’AIDS».

E’ il 1991 quando a Sanremo vengono ritrovati i corpi di due prostitute: sono Wanda Rovatti e Annie Desitter, massacrate con decine di coltellate nelle loro abitazioni. Passa poco tempo prima che il corpo di Giuliana Beghello, 37 anni, venga ritrovato con decine di martellate. Sembra opera del mostro, ma gli inquirenti non ne sono del tutto sicuri. Iniziano a ricostruire la vita della donna e, dopo vari interrogatori, la verità viene a galla: la figlia di Giuliana, Emanuela, insieme al fidanzato, sfruttando l’occasione del mostro di Sanremo, decise di uccidere a martellate la madre che si opponeva al loro fidanzamento. Per il momento quindi il mostro è responsabile solo di due morti.

Nel frattempo Paolo va a lavorare con le braccia graffiate e dice:

“Mi sono ferito sistemando piante di limone”.

I colleghi scherzano: “Ma va là, non lo vuoi dire ma sei tu il mostro”.

Per qualche giorno si assenta anche dal lavoro, ma domenica sera è nel suo ufficio, alle 21, un’ora un po’ strana, quando gli dicono che c’è da provvedere a un cadavere, quello di Giuliana Beghello. Poche ore dopo, va a casa e si uccide con 4 siringhe di eroina.

Lascia un biglietto:

“Non so se mi capirete, ma spero che mi perdonerete”.

Un suicidio strano, pensano gli inquirenti. Sulla sua “Fiat Uno” viene trovata una mazza con tracce di sangue. Dal suo stipetto saltano fuori decine di riviste pornografiche. Alcuni colleghi dicono che frequentava il mondo della prostituzione e aggiungono di avergli dato i numeri di telefono delle due donne ammazzate a febbraio. In casa, viene trovato un accappatoio. Ce lo aveva portato lui giusto un mese fa. La domestica di Annie Desitter lo riconosce: “E’ quello della mia datrice di lavoro”.

Forse lo ha indossato dopo essersi liberato dei vestiti sporchi di sangue. Le indagini, i controlli e le verifiche si moltiplicano. Così si scopre che in casa di Wanda Rovatti, che non fumava, c’era un pacchetto di sigarette dello stesso tipo di quelle fumate da Paolo Savini e in quella casa c’era anche un paio di occhiali da sole cui mancava una stanghetta, che la moglie del necroforo ha riconosciuto.

Le analogie tra i primi due omicidi sono decine e tutte già note: le donne hanno aperto la porta di casa con fiducia, senza timori. Le tecniche di fuga sono state identiche, e in un caso c’è anche l’orma di una scarpa che coincide con quella di Savini. Infine, il DNA lo incastra sulla scena del crimine.

È lui il colpevole? O è stato un suicidio inscenato da qualche creditore che aspettava i suoi soldi.

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