GIOVANNI BRUSCA

Lo Scannacristiani – U Verru ( Il porco )

“L’abitudine era di mettere l’acido da parte. Se uno di noi aveva l’occasione di acquistarne qualche bidone lo acquistava. Anche se non c’era la necessità immediata di utilizzarlo. Con lo stesso spirito col quale potevamo acquistare fucili o pistole perché… non si sa mai. Bisogna considerare che occorrono 50 litri di acido per ottenere la disintegrazione di un corpo in una media di tre ore. Certe volte adoperavamo anche un bruciatore con la fiammella per aumentare l’effetto calore. Avevamo scoperto anche questo sistema per abbreviare i tempi. L’acido è pericoloso. Devi stare attento agli schizzi. Ma nessuno di noi ha mai adoperato i guanti.
Il corpo si scioglie lentamente, rimangono i denti della vittima, lo scheletro del volto si deforma. Può restare parzialmente intatto il bacino… Alla fine non si vede quasi più niente. A quel punto si prendono i resti e si vanno a buttare da qualche parte. A San Giuseppe Jato li andavamo a buttare nel torrente. Quando i palermitani ci sfottevano chiamandoci «zoticoni» o «cafoni» o «peri incretati», cioè piedi sporchi di fango, noi rispondevamo: «E voi, allora? Bella acqua che bevete a Palermo… ». La diga dello Jato è infatti una delle principali risorse idriche del capoluogo siciliano”.

Giovanni Brusca nasce a San Giuseppe Jato il 20 febbraio del 1957 e fu uno dei più importanti membri di Cosa Nostra. Accusato dell’omicidio di oltre un centinaio di persone, tra cui il piccolo Giuseppe di Matteo, 13 anni e figlio di un pentito, di Giovanni Falcone, la moglie e 3 agenti di scorta, venne poi condannato a soli 19 anni e 11 mesi dopo il suo pentimento.

“Ho ucciso Giovanni Falcone. Ma non era la prima volta: avevo già adoperato l’auto bomba per uccidere il giudice Rocco Chinnici e gli uomini della sua scorta. Sono responsabile del sequestro e della morte del piccolo Giuseppe Di Matteo, che aveva tredici anni quando fu rapito e quindici quando fu ammazzato. Ho commesso e ordinato personalmente oltre centocinquanta delitti. Ancora oggi non riesco a ricordare tutti, uno per uno, i nomi di quelli che ho ucciso. Molti più di cento, di sicuro meno di duecento”.

Per commettere il delitto furono assoldati ben cinque uomini, tra cui Giovanni Brusca che fu la persona che fisicamente azionò il telecomando, i quali riempirono di tritolo un tunnel che avevano scavato sotto l’autostrada nei pressi di Capaci (per assicurarsi la buona riuscita del delitto, ne misero circa 500 kg). Fu una strage.

Per quanto riguarda Giuseppe di Matteo, Brusca decise di affrontare la situazione del pentimento di Santino Di Matteo, detto “Mezzanasca”, rapendo il figlio tredicenne. Con la collaborazione di altri criminali e pregiudicati a lui sottoposti, sequestrò il ragazzino nei pressi di un maneggio che era solito frequentare e per i due anni successivi lo spostò continuamente in vari nascondigli. I tentativi di Cosa Nostra di convincere il padre a ritrattare le sue confessioni fallirono e portarono Brusca a eliminare il piccolo Di Matteo, facendolo prima strangolare e successivamente sciogliere nell’acido.

Detenuto nel carcere romano di Rebibbia dal 20 maggio 1996, nel 2004, grazie ad una decisione del Tribunale di sorveglianza di Roma, gli sono stati concessi periodicamente dei permessi premio per buona condotta, consentendogli così di poter uscire dal carcere ogni 45 giorni e poter far visita alla propria famiglia, in una località protetta. I permessi gli furono revocati dopo averlo scoperto a utilizzare un telefono cellulare.

Nel 2010 ricevette, in carcere, un’accusa di riciclaggio, di intestazione fittizia di beni e di tentata estorsione.

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